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In diretta dallo spazio

Live from ISS

La scorsa settimana, sulla ISS – Stazione Spaziale Internazionale – è stato attivato HDEV (High Definition Earth Viewing), un sistema di videotrasmissione basato sull’utilizzo di quattro telecamere HD (720p) collocate nel modulo ESA Columbus della ISS. Il sistema permette la visione di immagini stupende del nostro pianeta, nell’ambito di un progetto condotto con la collaborazione del network scolastico HUNCH, formato da scuole che partecipano ad alcuni progetti dell’ente spaziale americano.

Live streaming video by Ustream

In ogni esperimento degno di questo nome si possono avere inconvenienti: in questo caso alcuni giorni fa si è verificato un imprevisto spegnimento delle telecamere, riattivate non senza fatica dalla NASA. Il problema è stato risolto e ora è tutto ok, per questo motivo non condivido quanto scritto da Il Sole 24 Ore che – parlandone – usa il termine flop (iniziale) in relazione ad un progetto che, al contrario, sta proseguendo con successo offrendo immagini spettacolari a chiunque possa collegarsi via Internet. 
La trasmissione viene effettuata in modo continuativo, ma via Internet non sempre è possibile vedere immagini del nostro pianeta: la stazione compie un’orbita ogni 90 minuti, quindi è possibile visualizzare immagini della Terra al buio, in cui potrebbero spiccare le luci di qualche città. Non è inoltre escluso che si possano verificare momenti di perdita del segnale (schermata blu). 

AmazonDash, il dittafono per ordinare la spesa online

AmazonDash

Confesso di essere molto incuriosito da Amazon Dash, che non è un detersivo personalizzato, ma un dispositivo WiFi per fare acquisti online, ovviamente tramite Amazon. Si tratta di un lettore di codici a barre dotato di microfono e scheda WiFi, utilizzabile da chi possiede un account AmazonFresh, un servizio per acquistare da casa generi alimentari su Amazon.

La funzione del Dash si concretizza nella compilazione automatica di una lista della spesa, da inoltrare ad Amazon sotto forma di ordine di acquisto, per poi ricevere – se possibile in giornata – i prodotti indicati. L’utente può farne uso a casa propria: per ogni prodotto che vuole acquistare, ne legge il codice a barre (se ne ha una confezione), oppure utilizza il microfono per dettarne il nome (se non lo ha a portata di mano). Una volta memorizzati dal Dash – e visionati dall’utente su AmazonFresh da computer, tablet o smartphone – i prodotti possono essere ordinati direttamente online.

AmazonFresh permette consegne in giornata (o nella prima mattinata del giorno successivo), al momento è disponibile al costo di 299 dollari solo in alcune zone occidentali degli USA (California del sud e le aree metropolitane di San Francisco e Seattle) e prevede la consegna gratuita per ordini superiori ai 35 dollari.

L’occhio che spiava le webcam degli utenti Yahoo

NSA_occhio

Altre novità in tema di Datagate: il Guardian riporta nuove rivelazioni di Edward Snowdenracconta l’operazione Optic Nerve avviata dal 2008 al 2012 dal GCHQ (l’intelligence inglese) per la registrazione delle riprese delle webcam di milioni di utenti di Yahoo! Utenti normalissimi, cioè non indagati ne’ sotto osservazione da parte delle autorità di polizia. L’obiettivo dichiarato dell’operazione era la raccolta di immagini che ritraessero il viso di persone che potessero essere di potenziale interesse.

La raccolta veniva effettuata intercettando le videochat degli utenti, catturando un fotogramma ogni cinque minuti e trasmettendo il materiale raccolto alla NSA. Una volta immagazzinate, le immagini venivano poi esaminate per identificare potenziali obiettivi. 

L’agenzia dichiara di aver agito nel rispetto della legge e di essere stata autorizzata alla raccolta di queste informazioni visive, anche se l’articolo del Guardian evidenzia la mancanza della prevista autorizzazione da parte del ministero competente. Yahoo si è dichiarata ignara dell’operazione, che – a conti fatti – ha ottenuto il risultato di un database abbastanza inutile, pieno di immagini di contenuto pornografico, pubblicitario e famigliare. Tra l’altro, anche il sistema di analisi delle immagini si è dimostrato inaffidabile: il sistema è tarato per misurare la quantità di pelle visibile in una foto e, suerato un certo limite, la classifica come pornografica. Tuttavia, tale classificazione sembra aver riguardato molti ritratti di volti di persone. 

Cui prodest?

Ne sentiremo ancora?

Il digital divide colpisce ancora

digitaldivide3[1]

Dalla decima edizione dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa Science in Society si apprende che in Italia il 37% della popolazione non ha mai usato Internet, ne’ un computer, mentre il consumo televisivo giornaliero è mediamente di 4,2 ore. Siamo non poco fuori dalla media europea, che indica i “tecnoesclusi” nel 20% della cittadinanza. I Paesi con più basso tasso di digital divide (almeno, in questo senso) sono la Svezia (in cui solo il 3% non ha un computer) e la Danimarca (4%).

Dall’agenzia Adnkronos: Flop digitale, 4 italiani su 10 non hanno mai usato internet e pc

Questi dati, sottolinea Saracino, “fanno emergere un’Italia che solo in una fascia specifica della popolazione, cioè i giovani under 40, accede alle nuove tecnologie, mentre registra un gap tecnologico ancora forte nelle fasce di età fra i 45-60 anni”. Un gap, continua Saracino, che “vede le donne maggiormente ‘tecnoescluse’ degli uomini”. Le donne, è l’analisi di Saracino, “usano meno le nuove tecnologie sia per la differente condizione occupazionale, cioè hanno un accesso inferiore al mondo del lavoro dove tipicamente si usano internet e pc, sia per il tipo di attività svolta, spesso lontana dalle tecnologie digitali”. Nel complesso, secondo Saracino, “dieci anni di dati ci dicono che il vero problema del gap digitale italiano non è l’assenza di una cultura scientifica”.

“Il nodo critico, in questi dieci anni, -osserva ancora Saracino – resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società, di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposte scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica”.

Per “aprire le porte ad un maggiore accesso e uso delle tecnologie digitali -afferma la ricercarice- bisognerebbe spingere il nostro Paese verso una vera cultura scientifica” fasce ampie di popolazione.

E, riguardo la digitalizzazione ancora troppo lenta del nostro Paese, Saracino taglia corto: “L’apertura al digitale trova attenta solo la fascia giovanile degli italiani mentre un’ampia fascia di cittadini, i più ‘maturi’ non sembra alfabetizzata a sufficienza per utilizzare la rete al meglio delle possibilità”.

La butto lì…

Google rileva Nest e mira alla domotica. Pronti alle case intelligenti con comando vocale, magari mediato da Android?

Google Talk può sbagliare numero. Anzi, username

GTALKerror

Utilizzate Google Talk (sistema di comunicazione VoIP e Instant Messaging confluito in Google+ Hangouts)? Fate attenzione: alcuni utenti riferiscono infatti che la piattaforma recapita messaggi a destinatari errati. Il problema sembra colpire proprio gli utenti che non hanno fatto l’upgrade a Hangouts (non è una giustificazione, ma solo la spiegazione di un possibile effetto collaterale). Per risolvere il problema, comunque, lo staff tecnico di Google dichiara di essere già all’opera.

GTALKerror2

Anche il Touch ID dell’iPhone 5S può essere ingannato

iPhoneTouchID

Quando è stato lanciato il nuovo iPhone 5S dotato di Touch ID – il lettore di impronte digitali – Apple ha garantito la sicurezza del dispositivo, al punto che sarebbe stato inutile anche l’utilizzo di un dito mozzato.

Ma per aggirare l’ostacolo non serve arrivare a tanto: quei precisini del Chaos Computer Club, infatti, sono riusciti ad ingannare il touch id senza far male a nessuno. Certo, la tecnica utilizzata per la riproduzione dell’impronta non è alla portata di tutti, ma dimostra – ancora una volta – che nel mondo digitale (!), la sicurezza al 100% non esiste.

Prove tecniche di smartwatch

SamsungGalaxyGear

E mentre Google aspetta (come Apple, del resto), lo smartwatch lo presenta Samsung, all’IFA di Berlino. E, dopo averlo visto, capisco chi preferisce aspettare!

Perché dico questo? Perché il Galaxy Gear è limitato da tanti fattori: al momento può essere utilizzato solo in appoggio complementare a smartphone e tablet (come i Galaxy Note 3 e Note 10.1), di cui è una sorta di telecomando, mentre se lo intendiamo come un dispositivo Android a se’ stante è… poco più di un orologio dotato di display AMOLED da 1,63 pollici con risoluzione 320×320, fotocamera da 1,9 megapixel, accelerometro. Il processore è da 800 MHz, la RAM è di 512 MB e la memoria è di 4 GB.

Per la batteria viene dichiarata un’autonomia di 25 ore. Chi – come il sottoscritto – trova seccante dover ricaricare lo smartphone almeno una volta al giorno, ha già capito come la penso.

Giudizio critico: un bello studio preliminare per un vero smartwatch.

Aspettando il GoogleWatch

Proseguono le spese pazze, in questo caso da parte di Google, che conferma di aver acquistato la startup WIMM Labs. In realtà l’operazione risale all’anno scorso, ma Google non aveva mai diffuso la notizia, probabilmente per guadagnare tempo e giocare sull’effetto sorpresa senza ispirare altri concorrenti: WIMM Labs, infatti, ha sviluppato uno smartwatch – ossia un orologio, in questo caso da polso – dotato di sistema operativo Android. Da parte di Google, quindi, è lecito attendersi novità in questo settore emergente.

Aveva inventato (anche) il mouse

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Martedì scorso è scomparso Doug Engelbart, che tutti ricorderanno per essere stato – insieme a Bill English – l’inventore del mouse. Tuttavia è doveroso evidenziare che nel suo lungo lavoro sull’interazione uomo-macchina ha dato un notevole contributo ad altre innovazioni tra cui lo sviluppo delle reti, dell’ipertesto, del copia+incolla, dell’interfaccia grafica e, come si può constatare nel video che segue (una presentazione del 1968 universalmente nota come la madre di tutte le demo), della videocomunicazione.

Google Glass, qualcuno si sta svegliando

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La tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno sia consapevole sia dei rischi che delle opportunità derivanti dalle innovazioni. I Google Glass non sfuggono a questa esigenza: fin dalla loro presentazione, gli Occhiali di Google hanno suscitato – oltre ad un certo entusiasmo – molte perplessità proprio per la loro attitudine tecnologica all’elaborazione elettronica dei dati e ai possibili problemi di privacy che il loro utilizzo può comportare.

Non si tratta solamente di un paio di occhiali speciali, ma di un dispositivo indossabile collegato a Internet, con sistema operativo Android, dotato di microcamera, microfono e modulo GPS. Dal punto di vista del prodotto è giusto pensare alle opportunità da cogliere: ci sono aspetti di design come quelli sottolineati da Luca (L’occhialeria italiana ci pensa? e Il prodotto, una sfida) e quelli legati allo sviluppo di applicazioni. C’è anche chi tenta di  diventare competitor di Google in questo campo con prodotti più o meno analoghi, come provano a fare l’azienda italiana GlassUp, oppure Epson con il visore multimediale Moverio e Recon con i Jet.

C’è però un fattore molto importante da considerare: il progetto che ha portato ai Google Glass è molto articolato e alle sue spalle c’è un’azienda con molte risorse, economiche e tecnologiche (incluso, ad esempio, il know-how per il riconoscimento facciale) e con alcuni precedenti in tema di mancata tutela della privacy. Per questo motivo le Autorità di protezione dati di diversi continenti, riunite nel GPEN (Global Privacy Enforcement Network), hanno scritto una lettera a Google sullo sviluppo dei suoi Glass.

Tra le questioni sollevate, a cui si chiede risposta, troviamo domande legittima:

  • Quali informazioni raccoglie Google attraverso i “Glass”, i famosi occhiali a realtà aumentata?
  • Con chi le condivide?
  • Come intende utilizzarle?
  • Come viene  garantito il rispetto delle legislazioni sulla privacy?
  • Come pensa Google di risolvere il problematico aspetto della raccolta di informazioni di persone che, a loro insaputa, vengono “riprese” e “registrate” tramite i Glass?

Tutto sommato, i Google Glass non raccolgono informazioni diverse da quelle che già oggi possono essere acquisite da un moderno smartphone. Ma rispetto a quest’ultimo, l’utilizzo è molto più agevole e consente un’acquisizione continua (batteria permettendo) e non facilmente identificabile da chi viene ripreso. Tra le Authority che si sono rivolte a Google c’è anche il nostro Garante della Privacy. Il presidente Soro osserva:

Chiunque  finisse nel raggio visivo di chi indossa questi occhiali potrebbe, a quanto è dato sapere, venire fotografato, filmato, riconosciuto e, una volta avuto accesso ai suoi dati sparsi sul web, individuato nei suoi gusti, nelle sue opinioni, nelle sue scelte di vita. La sua vita gli verrebbe in qualche modo sottratta per finire nelle micro memorie degli occhiali o rilanciata in rete. Ci sono già norme che vietano la messa on line di dati personali senza il consenso degli interessati”.

Il passaggio chiave ricorda un concetto di cui parlo spesso anch’io

 “Ma di fronte a questi strumenti le leggi non bastano: serve un salto di consapevolezza da parte di fornitori di servizi Internet, degli sviluppatori di software e degli utenti. E’ indispensabile ormai riuscire a promuovere a livello globale un uso etico delle nuove tecnologie”.

Last but not least, sarebbe interessante capire se esistono realmente eventuali rischi anche per la salute: trattandosi di un prodotto completamente nuovo, oggi non ne esiste esperienza e quindi non esiste nemmeno uno studio al riguardo. Il loro utilizzo, se comporta movimenti continui e differenti esigenze di messa a fuoco, a me farebbe pensare quantomeno ad uno stress da affaticamento visivo, ma c’è già chi parla seriamente di distrazioni potenzialmente pericolose e disturbi delle capacità cognitive.

Per concludere queste osservazioni con un sorriso, ecco cosa potrebbe accadere indossando i Google Glass senza la dovuta accortezza…

Se Asus fa il Trio, Apple farà il MacPad?

trio

Mi domando: se Asus riesce a fare il Transformer Book Trio – ossia un laptop con Windows 8, che staccando la tastiera diventa un tablet con Android 4.2 e che, attaccato ad una docking station, diventa un desktop pc a tutti gli effetti con storage da 1 TB – quando vedremo Apple presentare un… MacPad?

Windows 8.1, entro fine anno

image

Dopo aver raccolto imprecazioni, critiche e suggerimenti, Microsoft ha preparato un corposo aggiornamento di Windows 8, che si chiamerà 8.1 e verrà presentato il 26 giugno. La disponibilità, però, è stata genericamente indicata “entro fine anno”.

Per rivedere il tasto Start e alcune abituali caratteristiche che erano scomparse nell’ultima versione (come la visualizzazione immediata del desktop), insieme ad altre migliorie, sarà necessario aspettare ancora un po’.

20 anni di World Wide Web “pubblico”

CERNwww1993

30 aprile 1993: la tecnologia relativa al World Wide Web – o, più comunemente, Web – viene resa di pubblico dominio con una dichiarazione formale. Nata da un’idea di Tim Berners-Lee, rappresenta l’evoluzione di un progetto (che si chiamava inizialmente ENQUIRE) basato sull’ipertesto, con l’obiettivo di agevolare lo scambio di dati e informazioni tra ricercatori impegnati in esperimenti scientifici. La sua apertura ha cambiato il mondo.

Leggere la carta di credito con lo smartphone

Chi fa acquisti online con lo smartphone spesso trova che pagare online con la carta di credito sia un’operazione scomoda. Un’azienda francese sta lanciando ScanPay, una soluzione per acquisire rapidamente i dati della carta di credito: basta fotografarla e i dati vengono trasferiti alla piattaforma di pagamento.

Fai acquisti con lo smartphone? La useresti?

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