Fino a poco tempo fa, definivo allergiche all’elettronica tutte quelle persone che, per motivi anagrafici, caratteriali o psicologici, si trovano in difficoltà di fronte un qualunque dispositivo elettronico, quando addirittura non ne rigettano l’utilizzo senza nemmeno fare tentativi: dalla persona anziana che fatica a prendere confidenza con un telefonino alla giovane casalinga che si spaventa di fronte al robot da cucina multifunzione che le hanno regalato per le nozze, ma c’è anche il dirigente d’azienda che sulla propria scrivania ha un bel personal computer con funzione ornamentale, in quanto perennemente spento (oppure acceso, ma che senza uno screensaver rimarrebbe comunque inanimato, e questo spesso porta ad una definizione non convenzionale di IP statico).
La mia definizione, fino a ieri, aveva un senso solamente a livello metaforico. Oggi scopro che, secondo quanto afferma un medico, i dispositivi elettronici possono essere forieri di vere e proprie allergie, ossia di (definizione wikipedica) malattie del sistema immunitario caratterizzata da reazioni eccessive portate da particolari anticorpi (reagine o IgE) nei confronti di sostanze abitualmente innocue come ad esempio pollini. L’amico Marco Valerio Principato, su Punto Informatico, riferisce infatti le conclusioni a cui è giunto Todd Rosengart, direttore del reparto di cardiochirurgia toracica dell’ospedale universitario Stony Brook, in merito ad alcune forme allergiche a suo dire derivanti da cellulari, iPod e affini:
I cellulari, ad esempio, secondo Rosengart possono aggredire utenti sensibili ai metalli e ai minerali impiegati nel processo di fabbricazione. Il nichel, largamente impiegato nelle batterie, è additato come uno dei principali responsabili di allergie dermatologiche da contatto e può favorire lo sviluppo di eruzioni o altre anomalie cutanee.
Mumble mumble… forse è una considerazione superficiale, ma a mio avviso l’allarmismo del dottor Rosengart è eccessivo, per quanto riguarda i dispositivi elettronici: quanto siamo in contatto epidermico con il nichel della batteria del cellulare, se è rivestita e protetta dal guscio dell’apparecchio? Monete e articoli di bigiotteria ad esempio non sono più “rischiosi”, almeno per soggetti sensibili?
Negli ultimi anni Cinquanta la politica ha ritenuto essenziale, per lo sviluppo economico del Paese, realizzare l’Autostrada del Sole. Nel 1964 il presidente Moro ha inaugurato l’Autostrada del Sole. Ecco: il costo di una rete in fibra, che colleghi tutte le abitazioni di tutti gli italiani, quindi un progetto enorme, capillare, costa - probabilmente - circa come l’Autostrada del Sole. Probabilmente meno. E sarebbe un motore che darebbe una propulsione enorme all’economia italiana.
Io stasera, nel giro di due ore, ho avuto l’ADSL di casa a singhiozzo. Tempo di connessione complessivo: 32 minuti (nell’arco di due ore). Alle 20.30 mi ha abbandonato del tutto (ora sono in dial-up con il fido modem a 56 kbps).
Ultimamente la cosa si ripete con una certa frequenza. Con un’infrastruttura di telecomunicazioni in queste condizioni, dove vogliamo andare, noi italiani?
nonostante i timori iniziali, giustificati almeno in teoria, le licenze non sono state assegnate ai “soliti noti”;
ha riscosso un successo inaspettato, raccogliendo oltre 136 milioni di euro (+176% sulla base d’asta);
Telecom Italia si trova solo al quarto posto nella claissifica degli investitori.
Nel mio articolo ho già avuto modo di dire come AriaDSL, ritenuto un outsider, abbia avuto in realtà un ruolo da protagonista, forte del supporto finanziario del fondo Gilo Ventures dell’israeliano Davidi Gilo, imprenditore che nel 1999 vendette per 1,6 miliardi di dollari la sua DSP Communications (con sede a Cupertino) ad Intel, consentendole di accelerare lo sviluppo di chipset 3G per la telefonia mobile. Il finanziere sembrerebbe avere dunque il pallino delle TLC, anche se ha cambiato settore.
La leggenda narra che mister Gilo ami l’Umbria e vi trascorra da anni le proprie vacanze. Volendo dotare la propria abitazione di connettività broad band, si sarebbe rivolto ad AriaDSL. Evidentemente un abbonamento non gli deve essere sembrato sufficiente e così ha rilevato il 75% del capitale dell’azienda.
Battute a parte, è lecito chiedersi se il mattatore del WiMax sia davvero Davidi Gilo con la “sua” AriaDSL, oppure se il suo provvidenziale intervento sia l’espressione dell’interesse di altri soci nel business del broad band wireless italiano.
Staremo a vedere. Così come assisteremo con attenzione al modo in cui gli aggiudicatari delle licenze concretizzeranno i loro programmi e manterranno la promessa di portare il broad band laddove oggi non c’è. E, soprattutto, a quali condizioni (tecniche ed economiche) si proporranno agli utenti.
Mentre Marco Montemagno (a blogunificati) si rivolge a Berlusconi e Veltroni chiedendo loro “quale è la vostra strategia, il Vostro programma Internet per l’Italia?” (per par condicio questa stessa domanda andrebbe rivolta a tutti i candidati premier, che ormai sono quasi una dozzina, giusto per non creare esclusioni a priori), un manipolo di imprenditori (Stefano Quintarelli, Gianmarco Carnovale, Francesco Face e Guido Tripaldi) ha creato l’agorà di Wikidemocracy, “un ambiente collaborativo e democratico che non si pone contro i partiti, ma che anzi si pone l’obiettivo di aumentare la partecipazione dal basso; usando gli strumenti che sono propri della rete, WikiDemocracy nasce per portare ai candidati le proposte programmatiche del “popolo della rete”“.
Il discorso deve essere mantenuto caldo e portato alla più capillare diffusione perché, come scrive Luca De Biase centrando perfettamente (a mio avviso) la definizione:
Internet non è un medium come la tv e i giornali. E’ piuttosto un ecosistemacomplesso di persone che si esprimono, si connettono, conversano e si scambiano idee, notizie e approfondimenti. Dal punto di vista mediatico, internet muta profondamente forma e funzione a seconda del modo in cui viene concepita: può essere vista come uno strumento per diffondere messaggi, o come un sistema per organizzare campagne di opinione e di azione, o come un archivio di informazioni, o come una piattaforma di trasmissione per contenuti editoriali, o come un luogo nel quale si incontrano i cittadini per aiutarsi nel difficile compito di elaborare una visione dei fatti. È tutte queste cose insieme: ma è particolarmente efficace solo quando è concepito come uno strumento che, prima di tutto, serve a liberare le capacità di espressione dei cittadini.
Sul sito del Ministero delle Comunicazioni c’è l’aggiornamento della situazione sulla gara per l’assegnazione dei 35 diritti d’uso delle frequenze WiMax, giunta ieri alla sua terza giornata. Dal sito stesso, ripropongo il comunicato (con il piccolo ingrandimento di una riga evidenziando un dato):
Mumble mumble… Il primo “martedì 18 febbraio” utile cadrà nel 2014. La settimana prossima, infatti, il 18 è un lunedì e martedì sarà quindi il 19. E’ un refuso o un modo originale per dirci che le cose andranno più lentamente di quanto ci si attende?
Che un elettrodomestico lasciato in standby (ad esempio la TV spenta dal telecomando e non con l’interruttore) continui a consumare corrente è ormai risaputo. Ma che il PC ne consumasse anche da spento è un fatto decisamente meno noto, sottolineato dal numero di febbraio di AF Digitale.
“Nella stragrande maggioranza dei casi la motherboard finge solamente di essere spenta, ma mantiene attivi alcuni circuiti. Senza contare infine l’eventualità, non presa in considerazione in questa sede, della presenza di periferiche USB “poco intelligenti” sempre collegate al PC, che continuano imperterrite a esigere un approvvigionamento energetico nonostante il computer sia spento”.
Io da tempo utilizzo una “ciabatta” (presa multipla) con interruttore che blocca l’alimentazione a pc, periferiche e router. Anche perché, come sottolinea AF Digitale, “i consumi da spento che abbiamo rilevato si aggirano mediamente sui 2-3 watt. Sempre volendo ragionare per ordini di grandezza, vuol dire che nella bolletta energetica italiana ci sono qualcosa come 30-40 megawatt impegnati per tenere spenti i circa 13 milioni di desktop installati: cioè 56 milioni di euro al vento”.
Conosco più di una persona che, da fine gennaio a oggi, non è riuscita a pagare il bollo della propria auto. Beninteso: nessuno di loro si è dimenticato di pagarlo. Semplicemente, non ci sono riusciti per problemi legati alla nuova piattaforma implementata da qualche settimana per la riscossione di questo tributo.
La stessa soluzione che - come ricorda Gaspar Torriero - è stata orgogliosamente presentata come il nuovo sistema informatico a prova di errore e che dichiara come inesistenti un buon numero di targhe automobilistiche, compresa la mia. La stessa orgogliosa presentazione del servizio a prova di errore fa però una precisazione un po’ sorprendente:
La novità del sistema informatico ha fatto registrare disguidi e problemi di messa a punto, di cui Lombardia Informatica, per bocca del suo consigliere delegato Giovanni Catanzaro, si scusa con i cittadini. “I disguidi - spiega Catanzaro - si sono verificati soprattutto con alcune delegazioni dell’Aci, per problemi tecnici di collegamento, legati alla necessità di allineare i dati anagrafici della banca dati di ACI con quelli di Regione Lombardia, ma li stiamo risolvendo”.
A prova di errore degli utenti, ma non di chi ha realizzato il sistema…
Il comunicato è stato pubblicato sul portale della Regione Lombardia il 24 gennaio, ma è datato 23. Per cui quel “li stiamo risolvendo” (gerundio presente) risale a 14 giorni fa. Ancora oggi, comunque, a molti automobilisti è impossibile pagare il bollo. E anche a me, come a Gaspar Torriero, un’agenzia di pratiche auto ha risposto “E’ possibile che per il 15 non riescano a risolvere il problema, quindi scatterà una nuova proroga, magari fino al 29 febbraio”.
E’ possibile, magari… L’importante è avere certezze. Quel che è certo è che questo nuovo efficientissimo sistema a prova di errore sarà costato non poco… e qui qualcuno ha pagato.
Tecnico informatico, mi occupo di sistemi informativi e di telecomunicazioni per un gruppo industriale. In precedenza sono stato consulente aziendale e ho lavorato per alcune realtà multinazionali. Nel 1994 sono entrato in Internet e non ne sono più uscito.
In passato ho collaborato per Computerworld, attualmente scrivo per Punto Informatico, il più autorevole quotidiano di informazione su Internet e Tecnologia in Italia.