Punto e a capo

Ho la vaga impressione che la nota del Codacons, che intende avviare quindi un’azione collettiva contro Aruba SpA - mirata  a far ottenere agli utenti coinvolti nel guasto un risarcimento proporzionato al tempo di sospensione del servizio e ai danni economici subiti – non tenga conto della conclusione del comunicato diffuso oggi dall’azienda:

Aruba ringrazia i fornitori e i dipendenti per la loro collaborazione ed il lavoro svolto oggi; ringrazia poi in particolare i clienti per la comprensione dimostrata e le numerose testimonianze di fiducia e supporto ricevute.

Aruba si scusa per il disagio arrecato.

In caso di emergenza, accendere Twitter

Dalle prime ore di stamattina, chi utilizza i servizi di Aruba SpA (gestione domini, hosting, e-mail e altro, oltre 1,5 milioni di clienti) ha avuto la sorpresa di non trovare più nulla. Il motivo è un principio di incendio nella zona UPS della server farm principale, che l’azienda sta fronteggiando. Come prima misura di sicurezza hanno spento tutto, ma – assicura l’azienda – le macchine server e le sale dati non hanno subito alcun danno.

La piccola catastrofe ha spinto l’azienda ad aprire un canale su Twitter (no, una delle più grandi webaziende italiane non l’aveva prima di un’ora fa): chi volesse informazioni aggiornate le può trovare su http://twitter.com/#!/Arubait

UPDATE: la homepage di Aruba.it è ricomparsa. Gli altri servizi sembra si stiano risollevando gradualmente. Ripristinata la reperibilità del sito, la società ha iniziato a pubblicare nella sezione news alcuni aggiornamenti sulla situazione.

Smartphone spia?

Per impegni personali e di lavoro sono stato un po’ fuori dal blog, ma dal momento che qualcuno mi chiede informazioni sulla vicenda dgli smartphone che geolocalizzano gli utenti, ecco un riassunto indicativo e non esaustivo delle puntate precedenti:

  • Due esperti di sicurezza –  Pete Warden e Alasdair Allan - hanno scoperto e svelato al mondo che dentro iOS, il sistema operativo di iPhone e iPad, c’è un file non criptato denominato consolidated.db che contiene un database SQLite in cui sono memorizzate le coordinate geografiche in cui si è mosso il dispositivo. In pratica, c’è la storia dei movimenti dell’utente che possiede un iPhone o un iPad.
  • Il file – a detta di Steve Jobs – non viene trasmesso ad Apple, ma la memorizzazione è sempre attiva, anche se l’utente disattiva le funzioni di localizzazione.
  • Molti utenti e addetti ai lavori vogliono vederci chiaro e hanno denunciato Apple nella quale minacciando una class action e, già che ci sono, intendono chiedere un risarcimento danni per non avere ricevuto un’adeguata informazione preventiva; nel frattempo, dal Senato USA, una commissione ha fissato un’audizione per il 10 maggio, chiedendo chiarimenti ad Apple e Google (visto che l’argomento tocca anche il gruppo di Mountain View).
Il seguito alla prossima puntata.

Consigli dalla NASA

La puntata di Report andata in onda ieri sera ha proposto un servizio – intitolato Il prodotto sei tu – che ha affrontato una serie di tematiche legate ad Internet, riscuotendo dissensi e apprezzamenti che la rete ha registrato e continua a registrare (ad esempio su FriendfeedTwitteraltrove).

Le tematiche erano molte, tutte interessanti e riconosco che non fossero semplici da affrontare: Report ha toccato praticamente tutti gli argomenti di maggiore attualità come Facebook, gli altri social network, Groupon, Google, il business dell’advertising, la profilazione degli utenti, Wikipedia, YouTube, lo spam, il phishing, il furto di dati personali e di identità, la pirateria e molto altro ancora. Un punto di merito (quando mai una trasmissione televisiva si è occupata di questi argomenti) che però temo sia stato annullato per il fatto di aver scelto di parlarne nell’arco di un’ora e un quarto, cosa che ha comportato una trattazione molto sintetica.

Esistono più modi per spiegare un argomento: Report ieri sera ha puntato molto sui servizi esistenti oggi in Internet e sui rischi che si possono correre utilizzandoli in modo incauto, consegnando ai telespettatori un quadro dipinto con toni allarmistici, perché in buona parte comprensibile a persone che già si intendono di Rete (e che già sono a conoscenza dei vari aspetti trattati).

Sarebbe stato invece interessante, a mio avviso, toccare meno tematiche e metterne in luce pro e contro: se si parla di social network e si pone l’accento sul fatto che spesso possono essere effettivamente una vetrina indesiderata o un veicolo di futilità, si può evidenziare serenamente il fatto che è possibile condividere e far sapere ad altri solo ciò che si vuole, che l’utente può scegliere come utilizzare certi servizi evitando di diventare un bersaglio pubblicitario, aggiungendo magari il ruolo positivo assunto da Facebook e Twitter come veicolo di informazione indipendente e strumento di comunicazione usato dalle popolazioni di Iran, Egitto e Tunisia durante i periodi delle recenti proteste; se si parla di spamphishing o di furto di dati personali a una persona che neppure sospetta di poterne essere vittima, vale la pena di darle indicazioni realmente utili su come difendersi e non di generare sconforto e timore nell’utilizzo di Internet e della posta elettronica. Queste, a onor del vero, sono un po’ limitative:

Che sia opportuno utilizzare una password differente per ogni servizio utilizzato è vero, ma non è una novità che dovevamo apprendere dalla Nasa. Per il resto, talvolta effettivamente è efficace inoltrare una denuncia al Garante della Privacy per aver ricevuto mail indesiderate. Peccato che al Garante italiano sia poco utile denunciare spam proveniente da indirizzi mail di server non italiani, e che una password di almeno quattro caratteri sia più facilmente identificabile di una password più lunga e articolata. Certo, doversi ricordare (e trascrivere) molte lunghe password può essere una seccatura, ma ritrovarsi con un addebito indesiderato sul conto corrente (o un altro problema analogo da risolvere) per essere stati incauti lo è ancora di più.

 

Anche questo è vintage

Il sito che lo presenta è trash, ma questa operazione nostalgia potrebbero offuscarne la pacchianeria: ecco il nuovo PC64, un PC con la carrozzeria del mitico Commodore 64. Del computer di allora è rimasto solo il guscio, ma credo che a molti susciterà aneddoti e ricordi. Come se qualcuno prendesse una Punto Abarth per spogliarla della carrozzeria e metterci quella di una A112. Più o meno.

Non sei un hosting provider? Allora diventalo

Il Tribunale di Milano ha stabilito che Google dovrà filtrare i risultati di Google Suggest, in seguito ad una causa avviata da un imprenditore finanziario, il cui nome – nell’ambito delle ricerche – proprio in base alle dinamiche di Suggest veniva abbinato alla parola “truffatore”, ravvisando contenuti diffamatori o calunniosi. Prima di urlare al solito scandalo all’italiana è bene sapere che la vicenda è simile ad altre già occorse in Francia, Svezia, Brasile e Gran Bretagna (e solo in quest’ultimo caso le accuse non sono state accolte).

Lasciando ai giuristi (come Fulvio Sarzana e Guido Scorza) il privilegio di commentare questa decisione, mi limito a constatare che i suggerimenti esposti da Google durante una ricerca – spesso semplici accostamenti tra parole, ricorrenti in più ricerche – non sembrano sufficienti a far pensare ad un senso compiuto. Nal caso trattato dai giudici di Milano, l’accostamento di un nome al termine “truffatore” potrebbe essere letto sotto tanti punti di vista: Pinco Pallino potrebbe essere stato un truffatore o responsabile di truffa, ma anche vittima di un truffatore o di una truffa, o potrebbe avere svelato una truffa e smascherato un truffatore. Senza dimenticare i casi di omonimia.

Intendendo Google Suggest come uno strumento, l’approccio non può che essere neutro, altrimenti si rischia di prendere delle cantonate. Google e gli altri motori di ricerca svolgono, sostanzialmente, una funzione di bacheca, di vetrina di contenuti altrui, ma l’aspetto forse più paradossale di queste vicende è che i provvedimenti dei tribunali che li considerano (impropriamente) hosting provider li obbligano a comportarsi come tali, poiché impongono una funzione di controllo e di editing che normalmente i motori di ricerca non attuano (Google lo fa automaticamente solo su termini legati alla pornografia o a questioni di buon costume).

La prospettiva è che la neutralità lasci il posto all’arbitrarietà e alla possibilità di essere indotti ad intervenire sulle informazioni riportate, preventivamente o su richiesta. E all’assunzione di una responsabilità mai cercata.

Non è un Paese per utenti esperti

Mi trovo, purtroppo per la realtà dei fatti, assolutamente d’accordo con il post Un paese di cretini scritto da Stefano, dove – tra l’altro – si evidenzia come, per un’installazione anche domestica di un apparato connesso alla rete (come un router o uno switch) la legge imponga l’intervento di un installatore iscritto all’albo, pena una sanzione da 15mila a 150mila euro.

Secondo quanto dispone la bozza del decreto attuativo pubblicata dal Ministero per lo Sviluppo Economico, se disponete di un router con al massimo 10 porte siete salvi, purché non abbiate anche un access point per la connettività WiFi:

1 (…) gli utenti possono provvedere autonomamente all’esecuzione dei lavori di cui all’articolo 2, comma 2, quando l’impianto interno di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla sua complessità e dalla larghezza di banda offerta dall’operatore di rete, ha una capacità non superiore a dieci punti di utilizzo finale e l’allacciamentodell’impianto stesso alla rete pubblica di comunicazione elettronica richiede il solo inserimento del connettore nel relativo punto terminale di rete.

2. Il solo allacciamento diretto di un terminale ad un punto di utilizzo finale non richiede l’intervento di imprese di cui all’articolo 2, comma 2.

Se aveste ad esempio un accesso WiFi, i punti di utilizzo finale (il numero di connessioni che fanno capo a quell’access point) potrebbero anche essere più di dieci e, quindi, non potreste installarvi da soli l’apparato.
La legge non vuole utenti, ma utonti…

“+1″, la ricerca su Google è più social

Con un social network come Facebook e le sue centinaia di milioni di utenti, il termine like ha assunto in breve tempo il significato di apprezzamento condiviso, da partecipare a tutti gli amici con un click. Una feature che si può applicare a personaggi, situazioni o prodotti, e che in quest’ultimo caso può veicolare un passaparola pubblicitario. Google ha pensato di applicare questo concetto ai risultati di una ricerca, con un pulsante personalizzato: non un like, ma un“+1″.

Plus one, per dirlo nella madrelingua, si manifesta sotto forma di pulsante posizionato a fianco di ogni risultato ottenuto da una ricerca su Google. Se questo rappresenta qualcosa di gradito, l’utente può cliccarlo, rendendo noto il proprio apprezzamento. Non si tratta di un servizio già disponibile a tutti gli utenti, ma di una funzione sperimentale utilizzabile – per il momento – solo da coloro che già dispongono di un account Google e utilizzanoGoogle.com in English: per provarla (una volta effettuato il login) è sufficiente visitare la pagina dell’esperimento e selezionare Join this experiment.

A funzionalità attivata, l’utente può effettuare una qualunque ricerca e cliccare il pulsante “+1″ (che compare in corrispondenza di ogni link contenuto nella SERP) sui risultati di sua preferenza e, da quel momento, tutti i +1 cliccati dagli utenti saranno visibili a tutti gli utenti Google che hanno un legame con chi ha espresso quel voto (ad esempio, a tutti gli utenti annoverati nell’elenco contatti di Gmail o Gtalk): effettuando una ricerca su Google, tutti coloro che nei risultati otterranno il link ad un sito votato con un +1 sapranno anche chi ha espresso questo apprezzamento.

Non è solo un apprezzamento fine a se stesso. Evidentemente, se più utenti cliccheranno lo stesso link si otterrà una somma di click che si potranno trasformare in un punteggio, con una conseguente ricaduta pubblicitaria: nell’ambito di una ricerca sarà possibile ottenere risultati piùraccomandati di altri e questo significa, in pratica, ricevere una sorta di messaggio pubblicitario che ora viene veicolato dai voti espressi dai membri di una community ristretta (identificabile con gli utenti di applicazioni Google che hanno aderito alla sperimentazione), ma in un futuro non troppo lontano potrebbe rappresentare le preferenze di tutti gli internauti che, passando da quel link, si saranno trasformati in un panel di opinionisti.

Anche per il solo fatto che una ricerca su Google può essere spesso molto dispersiva e condurre ad una moltitudine di risultati privi di utilità, quel +1 – o plus one – non deve passare inosservato: nel video di presentazione, ogni +1 ottenuto da un link si traduce nell’invito a dare qualcosa di più di un’occhiata, This is something you should check out. Significa che quel collegamento non è poi così inutile, ma induce a prevedere per questo strumento un potere inaspettato: con il consolidarsi dell’utilizzo di questa funzione, infatti, un utente potrebbe arrivare al punto di ignorare i link privi di preferenze, per non perdere tempo nelle – come detto sopra – dispersive pagine di risultati ottenuti.

Da qui alla creazione di una nuova forma di ranking il passo è breve, ma a breve distanza segue la possibilità di una sua mercificazione: non è difficile prevedere, infatti, che vi siano aziende disposte ad investire nella nuova forma pubblicitaria data dal punteggio ottenuto dagli utenti, per dopare il numero di preferenze sui propri prodotti o servizi. E tutto ciò costituirebbe solo l’ennesima affermazione di Google come nuovo protagonista del business dell’advertising.

[pubblicato dal sottoscritto oggi su The New Blog Times]

Il pesce più bello

O almeno, uno dei migliori: Gmail Motion

(e questo è un pesce, ma il bello è che c’è chi – già da prima – aveva già pensato di realizzarlo con Kinect)

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