La lunga mano del web
Non è certo con notizie come queste che il web guadagna punti di fronte ai detrattori che lo demonizzano, ma si tratta pur sempre di esempi di utilizzo di un utile strumento di comunicazione:
AGI – Trova uomo in camera e chiede aiuto al fidanzato via Facebook
Quando erano da poco passate le 5 del mattino, la giovane si e’ svegliata di soprassalto, accorgendosi della presenza di un uomo sdraiato accanto a lei nel letto, che aveva iniziato a palpeggiarla nelle parti intime. A quel punto, opponendosi con forza, la donna ha cercato di fuggire dalla stanza trovando pero’ la porta chiusa.
Grazie alle urla della giovane pero’, l’uomo ha desistito dai suoi intenti e ha aperto la porta della camera. E’ a questo punto che la donna, rientrata in stanza, dopo aver visto l’uomo uscire, in stato di shock ha contattato su Facebook il suo fidanzato in Cile, il quale e’ riuscito a mettersi in contatto tramite Skype con la Polizia Municipale di Roma che ha immediatamente girato la richiesta d’aiuto alla Sala Operativa della Questura [...] I poliziotti, grazie alla descrizione fornita dalla ragazza, si sono messi subito sulle tracce dell’uomo, riuscendo nel giro di pochi minuti ad individuarlo.
Facebook, moneta virtuale quasi reale
Nel mondo virtuale di Facebook c’è posto per tutti e per tutto. Fino ad oggi, a livello sperimentale, c’è stato posto anche per i Facebook Credits, una moneta virtuale utilizzabile nell’acquisto di regali o beni (ovviamente virtuali) da impiegare in applicazioni e giochi come Farmville o Cityville, in cui era possibile spendere anche gemme, diamanti, dobloni e punti guadagnati con il sudore – anch’esso virtuale – della propria fronte. Tra sei mesi, però, il Credit si avvierà verso la funzione di moneta unica. Con implicazioni niente affatto virtuali.
La storia delle monete virtuali nate per il web ha avuto inizio oltre dieci anni fa: a qualcuno l’argomento potrebbe ricordare – con pietà – i Beenz e i Flooz, sorti come prime web currency alla fine degli anni ’90 e tramontati all’inizio del nuovo millennio. L’accostamento, però, sarebbe più azzeccato con i Linden Dollar, una valuta nata nell’ambiente virtuale di Second Life e riconvertibile in moneta reale in funzione del cambio in vigore.
In Facebook, il Credit introdotto per gioco ha un controvalore di dieci centesimi di dollaro (un dollaro vale dieci Credit) e sarà da luglio l’unica moneta di scambio adottabile per applicazioni e giochi, nell’ambito di un modello economico e di business in cui – secondo il sistema di revenue sharing – una parte dei ricavi entra nelle casse del social network.
Una ripartizione che non prevede trattativa, a meno che non si abbia la voce abbastanza grossa per negoziare: Zynga ed Electronic Arts hanno battuto i pugni per mesi e sono riuscite a strappare ai vertici di Facebook un accordo quinquennale per farsi applicare condizioni più favorevoli di quelle standard (70% allo sviluppatore e 30% alla piattaforma social network). Ma è opportuno sottolineare che Zynga, ad esempio, è l’azienda che ha realizzato Farmville, Petville, Café World, Treasure Isle e Mafia Wars, giochi – o meglio, applicazioni di social gaming – che generano un volume d’affari considerevole: per questo settore, nelle stime diffuse da eMarketer, si prevede che il fatturato nel 2011 tocchi per la prima volta il miliardo di dollari.
Cifre di tutto rispetto, che inducono a credere che l’utilizzo del Credit possa interessare ad un numero sempre maggiore di soggetti. La supposizione è resa ancor più verosimile da quanto annunciato da Deborah Liu nel blog di FB: la manager of product marketing for Facebook Credits and Games at Facebook ha infatti spiegato al socialmondo che – sebbene sia possibile continuare ad utilizzare altre “divise” - a chi utilizzerà i Credit, Facebook offrirà incentivi, in termini di accesso in anteprima a nuove feature e di maggiore visibilità nella promozione di applicazioni e giochi.
Come detto sopra, è a tutti gli effetti un elemento di un modello di business che potrebbe trasformarsi in uno strumento di pagamento e porsi in concorrenza a soluzioni già esistenti: non si può escludere che in un futuro non troppo lontano, accanto alle voci contrassegno, bonifico bancario, carta di credito e PayPal, possa trovare posto anche la voce Facebook Credits, riesumando – con un altro nome – il concetto di quel Facebook Wallet annunciato qualche anno fa e poi rimasto nel cassetto. In quel caso, però, il gruppo di Mark Zuckerberg e soci dovrebbe pensare di darsi un diverso assetto finanziario. Sempre che l’iter non sia già stato avviato.
[pubblicato oggi su The New Blog Times]
Tecno-tamarrate
Ecco un’idea per fare a meno del giubbotto con le strisce catarifrangenti da indossare sulle strade: non bastavano le luci colorate sulle auto, adesso in Giappone c’è la moda del kit di illuminazione a LED per i denti.
Quando lo vedremo sul sorriso dei ragazzi italiani? Io lo consiglierei anche a quelle amabili persone che, al buio, attraversano le strade senza curarsi delle auto in transito… per la loro incolumità, ovviamente.
[via The New Blog Times]
Facebook, non solo smartphone
Nel mondo degli smartphone, Facebook non ha avuto alcuna difficoltà a conquistarsi una posizione di rilievo negli ultimi tempo: sui supercellulari, la connettività ad Internet e la disponibilità di app per accedere al social network non mancano, indipendentemente dal sistema operativo. Ma il mondo è pieno di telefoni cellulari normali, o – per così dire – con funzioni limitate: una fetta di mercato interessante, che per Zuckerberg e soci diventerà presto terra di nuova conquista.
Quanto interessante? Non poco: come spiega ZDNet, la percentuale degli utenti di telefonia mobile esistenti al mondo che non ha uno smartphone è tra il 75 e l’80%, a seconda di quale società di ricerche di mercato si voglia prendere come riferimento (Gartner, IDC, ComScore). Si tratta in ogni caso di una maggioranza, che rappresenta un obiettivo di mercato da non perdere, dal momento che la maggior parte dei telefonini di fascia bassa viene venduta nei Paesi emergenti.
I mercati di Cina, India e America Latina sono in espansione e, per potenziale di crescita e popolazione, significano grandi numeri. Ed è proprio in questa direzione che Facebook ha guardato, quando ha pensato ad una app per telefonini basic – i cosiddetti feature phone – per consentire l’accesso al social network ad un bacino di utenza sempre più ampio. La nuova applicazione, annunciata in questi giorni, è stata realizzata in stretta collaborazione con Snaptu e viene dichiarata compatibile con oltre 2.500 modelli di cellulare con supporto Java (Nokia, Sony Ericsson, LG e altri), su cui sarà possibile condividere status update e immagini, anche se in un ambiente dal design più spartano di quello convenzionale.
Superato lo scoglio di sbarcare su un cellulare senza particolari dotazioni, si è però dovuto considerare un altro problema: l’utente che dispone di un telefonino normale non ha interesse ad utilizzarlo per navigare in Internet o per stare connesso, molto spesso non ha sottoscritto alcun piano tariffario specifico per la connettività (non gli serve, o non se lo può permettere).
La soluzione trovata da Facebook è stata brillante: una trattativa con quattordici operatori di telefonia mobile che sono stati convinti ad offrire – a coloro che scaricherannol’applicazione – novanta giorni di connettività gratuita e senza impegno di conferma, come si scelse di fare per Facebook Zero: in questo caso sarà possibile effettuare un giro di prova, al termine del quale l’utente – assicurano dallo staff del social network – sarà libero di rimanere a bordo, sottoscrivendo un piano tariffario, oppure di non accedere più al servizio.
Le compagnie telefoniche convenzionate sono Dialog (Sri Lanka), Life (Ucraina), Play (Polonia), StarHub (Singapore), STC (Arabia Saudita), Three (Hong Kong), Tunisiana (Tunisia), Viva (Repubblica Dominicana) e Vodafone (solo per la Romania). Seguiranno Mobilicity (Canada), Reliance (India), Telcel (Messico), TIM (inizialmente nel solo Brasile) e Vivacom (Bulgaria).
[oggi su The New Blog Times]
Primissime e non esaustive impressioni su Quora
Su gentile invito ricevuto da gp2b.com, ieri sono riuscito ad aprire un account su Quora, la nuova piattaforma di Q&A che aggiunge un tocco social ai non nuovi servizi di “condivisione della conoscenza” (fra i più famosi ricordo Yahoo! Answers).
A un anno dal suo debutto e sei mesi dopo l’avvio della private beta, Quora sta registrando un impennata di iscrizioni, in buona parte dovuta ai rimbalzi internazionali delle lusinghiere impressioni pubblicate da Robert Scoble, che nel suo blog Scobleizer vede Quora fra le più importanti innovazioni nel mondo blogging degli ultimi dieci anni, e dei numerosi post pubblicati da TechCrunch.
La prima impressione che traggo è che il fulcro di Quora è l’utente: l’aggiornamento dei contenuti è continuo e tutti gli utenti iscritti vi possono contribuire per renderne più attendibili i contenuti, alla stessa stregua di Wikipedia. L’approccio, anziché essere enciclopedico, è semplificato nel formato di domande e risposte – classificate per argomento e linkate tra loro, se riguardanti lo stesso tema – che mira alla costituzione di una community.
La seconda è che la media degli argomenti che sta a cuore ai quoristi italiani mi sembra di alto livello (siamo ad un passo dai quesiti esistenziali), mentre noto meno sussiego da parte di altri utenti, che pongono domande su temi più quotidiani e circoscritti, ma credo che il livello si omogeneizzerà, a beneficio di un bacino di utenza in espansione che comprenderà, oltre al segmento molto professional attuale, anche il comune internauta che fino a ieri si sarebbe rivolto a Yahoo!Answers e simili.
Anno nuovo, problemi vecchi
Avete presente in che condizioni – non proprio ottimali – si trova la rete di telecomunicazioni italiana, con aree coperte da banda larga e aree in cui non esiste uno straccio di ADSL? Ok. Avete presente che Telecom Italia, dopo la privatizzazione del 1997, è tuttora considerata proprietaria di una porzione significativa (la quasi totalità) di questa rete? Ok.
Su questi presupposti generali si basa il libero mercato delle telecomunicazioni in Italia, dove gli operatori alternativi che non possiedono alcuna rete devono svolgere il proprio business ricorrendo al cosiddetto mercato wholesale, ossia rivolgersi a Telecom Italia che – con tariffe all’ingrosso – concede loro l’utilizzo della propria rete per rivendere servizi ai loro utenti. Pensare che l’impresa privata Telecom Italia privilegi i servizi che fornisce direttamente ai propri clienti finali a scapito dei servizi concessi agli utenti degli operatori alternativi sarebbe pensare male, poiché si accuserebbe l’azienda di praticare condizioni di discriminazione, dico bene?
Ok, ora leggiamo cosa ci spiega oggi l’AIIP – Associazione Italiana Internet Provider:
Telecom Italia ha recentemente annunciato di voler lanciare in 13 città italiane, un’offerta al pubblico di accesso ad internet su Fibra Ottica a 100 Mbit/s.
Me ne ricordo bene (per i dettagli al riguardo, potete leggete un articolo sul New Blog Times). Ma ora che accade al mercato all’ingrosso? AIIP precisa:
Ad oggi, però, non risulta che ai concorrenti sia stata ancora formulata alcuna offerta all’ingrosso “bistream” su fibra ottica, a condizioni orientate ai costi e con caratteristiche pubblicate con almeno 90 giorni di preavviso, secondo quanto previsto espressamente da AGCom, sin dal 2009.
Ora cosa dovrebbe accadere? Semplice: l’AGCom – l’Authority che vigila sul settore delle telecomunicazioni – sicuramente bloccherà questa offerta. O, almeno, questo sarebbe il suo compito: così facendo, scongiurerebbe il rischio di monopolio totale da parte di Telecom Italia nel mercato dell’accesso a Internet veloce. Se, invece, l’AGCom rimarrà in silenzio di fronte a questo abuso, ci troveremo di fronte all’ennesima dimostrazione che – come scrivevo l’anno scorso, ma solo un paio di settimane fa – in fondo, in Italia, a nessuno interessa puntare sull’innovazione.





