WikiTricks
WikiLeaks sta pubblicando una serie di informazioni riservatissime e top secret su argomenti e Paesi vari. Dico “sta pubblicando” perché il rilascio sta avvenendo per step e quindi non tutto il materiale è stato messo online istantaneamente. Per cui ci sarà da attendersi altro, anche se al momento – per certe notizie relative all’Italia – sembra di assistere all’update di una versione meno trash di Dagospia.
Nel frattempo qualcuno ha pensato bene di farsi pubblicità mettendo in crisi i server dell’organizzazione guidata da Julian Assange:
The distributed denial of service (DDoS) attack that took down Wikileaks as the site published secret U.S. embassy cables over the weekend could be the work of a single hacker, working for his own agenda.
The hacker, called the Jester (or th3j35t3r), describes himself as a “hacktivist for good” and posts the message “TANGO DOWN” after a successful attack, together with a link of the sites he takes down. The focus of his attacks, the Jester claims in his Twitter Bio, is “obstructing the lines of communication for terrorists, sympathizers, fixers, facilitators, oppressive regimes and other general bad guys.”
(via Mashable)
Canone Rai nella bolletta “elettrica”?
Il ministro Romani ha avuto un’idea per contrastare l’evasione del canone Rai:
Il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, annuncia in un’intervista al Corriere della Sera i contenuti della riforma del canone Rai: ”A tutti i titolari di un contratto di fornitura di elettricita’, siano essi famiglie o pubblici esercizi o professionisti, verra’ chiesto di pagare il canone, perche’, ragionevolmente, se uno ha l’elettricita’ ha anche l’apparecchio tv. Chi non ha la televisione dovra’ dimostrarlo e solo in quel caso non paghera”’.
La riforma, spiega il ministro, sara’ presentata o col decreto milleproroghe o comunque entro l’anno e servira’ ad azzerare la grande evasione: ”Circa il 30% di chi dovrebbe pagare il canone non lo fa”. Per questo, garantisce Romani, anche se il canone per il 2011 dovesse subire un aumento per adeguarlo all’inflazione, ”ma io sono contrario”, dall’anno successivo l’importo si ridurra’ ”secondo il principio che se pagano tutti, pagano meno”.
La proposta di Romani prevede che ”meta’ delle nuove risorse incassate vada alla Rai e meta’ a decremento del canone”. ‘Il provvedimento e’ pronto e presto sara’ presentato, forse col decreto milleproroghe”, conclude.
Con questa iniziativa, la TV di Stato verrebbe concettualmente e formalmente parificata ad un servizio di primaria necessità come la corrente elettrica. Confidando che il provvedimento sia stato pensato per essere applicato nelle bollette con tariffa residenziale, a questa stregua – in caso di nuova attivazione di un’utenza – il cittadino dovrebbe essere messo in grado di chiedere una doppia installazione: quella del contatore e quella di un televisorino con DDT integrato.
Puttantùr 2.0
Ecco la notizia di un efficace incentivo per superare il digital divide culturale (ostilità) che qualcuno ha verso Internet: il sito Doxy Spotting ha realizzato una mappatura delle prostitute in esercizio sulle strade di tutto il mondo, purché battute anche da Google Street View. Naturalmente non mancano punti di interesse in Italia. Punto di forza del servizio è l’approccio partecipativo: gli utenti possono inoltrare segnalazioni di nuovi avvistamenti.
Il bello deve ancora venire, il brutto è sulla porta
Con un tono tanto asettico quanto inquietante, WikiLeaks preannuncia novità di proporzioni sette volte superiori alle rivelazioni relative alla guerra in Iraq, talmente importanti che “nei prossimi mesi vedremo un mondo nuovo, in cui la storia globale sarà ridefinita”.
Soft SIM, Apple ci ripensa. Per ora
Pare che Apple voglia rimettere nel cassetto il suo progetto di svincolare iPhone e iPad dalle SIM degli operatori di telefonia mobile. Secondo The Sunday Telegraph ha funzionato il braccio di ferro minacciato dalle telco, che avevano minacciato di non pagare più ad Apple gli iPhone consegnati a costo zero agli utenti come contropartita della sottoscrizione di un contratto biennale, qualora il progetto si fosse concretizzato.
Nell’articolo del Telegraph si legge che una fonte (un operatore di telefonia) avrebbe detto che stavolta Apple è tornata indietro sui propri passi, con la coda tra le gambe. C’è da crederci?
Affari collaterali

Dopo che il film The Social Network ha mostrato la nascita e il successo di FaceMash, il suo valore di mercato è cresciuto. E qualche giorno fa il sito di aste online Flippa è riuscito a vendere il nome a dominio facemash.com, proprio quello dell’antenato di Facebook, per 30.201 dollari. Ne sarà valsa la pena? Chissà come riemergerà…
La Soft SIM di Apple è una minaccia per gli operatori?
Apple, per iPhone e iPad, sembra intenzionata a non voler più dipendere dalle SIM degli operatori: a fine ottobre, si era parlato dell’embedded SIM, che l’azienda aveva intenzione di utilizzare con la collaborazione di Gemalto, per consentire agli utenti di switchare da un operatore ad un altro senza la sostituzione materiale di una SIM, ma attraverso il software del dispositivo.
Secondo il Financial Times, le compagnie telefoniche sono molto ostili a questa idea (in prima linea ci sarebbero Vodafone, Telefonica e France Telecom), perché se Apple concretizzasse il suo progetto verrebbero scavalcati e quindi si vedrebbero costretti a bloccare le sovvenzioni dell’iPhone.
Ma forse non è tutto qui: così facendo, Apple dovrebbe comunque sottoscrivere accordi di roaming con altri operatori (configurandosi come una sorta di operatore mobile alternativo, un ESP più che un MVNO) per cui questi ultimi potrebbero comunque mantenere un ruolo importante nel business. La possibilità di switchare da un operatore ad un altro senza dover cambiare la SIM, però, agevolerebbe molto l’utente: sono molti quelli che non cambiano compagnia telefonica per non sottoporsi all’iter tecnico e burocratico del passaggio (sostituzione SIM, sottoscrizione di un nuovo contratto con eventuali nuovi vincoli).
Se un utente scegliesse un Apple con una SoftSIM, sceglierebbe politiche e condizioni commerciali di Apple, che si presenterebbe quasi come un operatore alternativo, i cui apparecchi si dovrebbero comunque appoggiare al network di un operatore reale. Ma Apple, ad un certo punto, potrebbe scegliere di avvalersi di un nuovo gestore di telefonia mobile (con cui, sul mercato wholesale, potrebbe aver negoziato condizioni più favorevoli per i servizi da offrire agli utenti) e cambiare il network su cui fare roaming. Il vecchio operatore perderebbe in blocco una certa mole di traffico (e di business), che si trasferirebbe sulla rete di un concorrente, senza alcuna fatica da parte degli utenti.
Che sia questa flessibilità la vera minaccia per gli operatori?
2011, pronti a pagare con il cellulare
Per utilizzare il cellulare come portafoglio elettronico la parola d’ordine è NFC, Near Field Communication. Una tecnologia che sta guadagnando spazio: piace a Nokia, piace ad Apple, piace aSamsung. Piace anche a Google e ai principali carrier mobili d’oltreoceano, al punto che proprio questi ultimi - AT&T, Verizon Wireless e T-Mobile – hanno unito le proprie forze in una joint-venture e creato un nuovo servizio: si chiama Isis e potrebbe aprire le porte del mobile payment negli USA, facendo scuola al Vecchio Continente.
Come spiega la nota di presentazione della nuova realtà, l’obiettivo è la realizzazione di un network dedicato al mobile payment via smartphone, con un servizio che sarà rilasciato entro un anno e mezzo in alcuni importanti mercati e consentirà all’utente – questa è la promessa di Isis – di lasciare nel cassetto carte di credito, tessere fedeltà e buoni sconto, che potranno essere sostituiti da un dispositivo mobile (un telefonino, uno smartphone, oppure un tablet).
Al progetto avviato dalle tre compagnie telefoniche si sono affiancate anche Discover Financial Services e la business unit americana di Barclays, che probabilmente sarà il primo istituto di credito a partecipare al network. Isis partirà quindi con una base promettente: i tre gestori potranno proporlo al proprio bacino di utenza, che vanta complessivamente 200 milioni di utenti, a cui si potranno aggiungere i clienti delle reti di Discover e di Barclays.
L’avvio di questo servizio sembra un’autentica risposta al crescente interesse verso la tecnologia che abilita i telefoni cellulari a diventare strumenti di pagamento. Negli USA questa possibilità sembra vicina all’espansione: questa settimana ha avuto un testimonial d’eccezione in Eric Schmidt, CEO di Google, che ha dato alcune anticipazioni su Gingerbread – la prossima versione di Android – in cui sarà integrato il supporto NFC e mostrato un inedito Nexus S di Samsung che lo porterà in dote.
L’annuncio completa un quadro di cui fanno già parte, come detto in precedenza, Apple – che ha anche registrato alcuni brevetti e brand relativi a servizi di mobile payments, tra cuiiPay, iBuy e iCoupons. Ma il fatto che la nuova release di Android sia pronta per un lancio sul mercato che potrà avvenire a giorni, sembra che i primi a diffondere il verbo della tecnologia NFC negli USA siano proprio Samsung e Google.
Fin qui si è parlato di nomi importanti e di aziende che hanno già una reputazione sulla Rete o nel campo delle TLC. Chi non ha un iPhone o uno smartphone con Android non è comunque tagliato fuori dal “primo giro di prova”, perché anche fuori dal gotha dei big del settore si lavora al medesimo fronte: Bling Nation si è spinta oltre, lanciando sul mercato dispositivi NFC per telefoni non abilitati a questa tecnologia e i relativi lettori, offerti a titolo gratuito per l’utilizzo dei POS nelle attività commerciali.
E nel resto del mondo delle TLC come si comporteranno gli altri competitor? Dovranno correre affannosamente alle spalle di Apple e Google? Non è detto, se avranno capito che NFC potrà aprire loro le porte di un nuovo business: lo hanno sicuramente capito i canadesi di Research In Motion, che hanno pensato di dotare gli smartphone BlackBerry e il tablet Playbook della nuova tecnologia.
Il fermento attorno a questa novità induce a credere che il prossimo anno sia l’occasione giusta per sdoganare questa funzionalità – operativa da anni in Giappone grazie ai suoi creatori Sony e Philips – nei mercati occidentali. E se Apple e Google faranno da traino, è molto probabile che la concorrenza si affretti a correre per rimanere sullo stesso livello difeature e servizi.
La chiave del successo potrebbe essere in un servizio come Isis, lanciato congiuntamente da operatori di telefonia e banche: la creazione di una piattaforma unica e trasversale agevolerebbe molto la sua espansione e potrebbe andare incontro alle indicazioni contenute nella Direttiva Europea PSD, relativa ai servizi di pagamento.
Apple, Beatles is business
Ormai per Apple è sufficiente aprire bocca e rilasciare una dichiarazione a caso per suscitare clamore. Ieri ha annunciato un grande evento a sorpresa riguardo ad iTunes con queste parole: “Domani è un altro giorno. Che non dimenticheremo mai”.
La Rete si è scatenata in congetture, ma una pulce si deve essere infilata nell’orecchio di Erica Ogg, che – sempre ieri – per Cnet ha scritto (traduzione semi-letterale):
Speriamo che tutto questo clamore non porti a qualcosa di mediocre, tipo Yoko Ono che finalmente si placa dopo l’autorizzazione della distribuzione della musica dei Beatles su iTunes (sì, un annuncio sui Beatles sarebbe cool, ma richiamare per quel motivo l’attenzione del mondo con un simile clamore non avrebbe senzo), o qualcosa che già ci aspettiamo, come iOS 4.2 che consentirà lo streaming di musica e video da iPhone, iPads e iPod Touch fino alla nuova Apple TV.
Speranza vana: la notizia è proprio nel fatto che Steve Jobs, dopo anni di trattative con EMI e , è riuscito ad aggiudicarsi i diritti di distribuzione della musica dei Beatles con iTunes, ossia i 13 album più altri contenuti (tra cui il DVD del primo concerto americano al Coliseum di Washington del 1964).
Nella notizia, ecco un’altra notizia: il pacchetto completo è in vendita a 149 euro, un album viene venduto a 12,99 euro, una canzone a 1,29 euro. Prezzi che sono frutto di noti virtuosismi dell’ufficio cambi utilizzato da Apple, visto che il catalogo negli USA è in vendita a 149 dollari.
La mail di Facebook è in arrivo
Facebook è riuscita ad acquistare il dominio fb.com e lo ha annunciato qualche giorno prima del varo del suo nuovo servizio di posta elettronica, che prenderà il via domani – lunedì – da quel Titan Project che tenterà di aprire all’azienda fondata da Mark Zuckerberg il mercato dell’e-mail: considerando che Facebook ha oltre mezzo miliardo di utenti, in un bacino di utenza così vasto è facile pensare ad un grande numero di persone disposte ad utilizzare la FB mail, che sarà prevedibilmente integrata al social network più grande del mondo.
Sarà interessante capire come questo servizio si intreccerà con le relazioni che fanno capo alla lista degli amici degli utenti.
Cio che il ministro ha unito, Agcom non separi…
Sono tre le novità di rilievo che la scorsa settimana hanno toccato il mondo delle telecomunicazioni: l‘intesa tra Ministero dello Sviluppo Economico e telco per la costituzione di una società finalizzata alla creazione dell’infrastruttura di base della nuova Next Generation Network, il provvedimento dell’Agcom sulle tariffe di unbundling, che è riuscito in poche ore a dividere ciò che l’accordo sulla NGN aveva apparentemente unito e la predisposizione da parte dell’Authority di nuove regole per contrastare la pirateria.
Credo che nel corso della settimana ci saranno molti argomenti da guardare con interesse…
MyTV
Pare che il digitale terrestre stia arrivando sulla terra. Davvero, stavolta. Però a macchia di leopardo, imperfetto, sovente addirittura irritante. Lo so, devo aspettare ancora qualche giorno per poter avere una situazione meglio definita (ma certamente non definitiva). Nel frattempo, il macropixel regna sovrano: nei canali la cui ricezione non è perfetta, l’immagine è un vero supplizio, e anche l’audio spesso viene inquinato da cinguettii indesiderati. Ma dal momento che qui anche il segnale analogico ha sempre avuto difficoltà ad essere captato in maniera decente dalla mia antenna, non ho molte speranze che questa operazione si concluda bene.
L’avvio dell’iniziativa del magazine MySky Experience in HD varato da Liquida, per il quale il sottoscritto è stato chiamato a collaborare, mi ha motivato a testare i nuovi servizi di Sky. Il tecnico mi ha chiamato un sabato pomeriggio e nel giro di pochi giorni un decoder MySky HD si è intrufolato nel mobile sotto il mio televisore. Credo che qui sia l’unico strumento in grado di portare a casa mia un buon numero di canali in alta definizione – quella vera – e la cui qualità non delude. Considerando poi che la banda larga da queste parti viaggia a passo di lumaca, non ho speranze di poter fruire di un buon servizio di TV via Internet ne’ a breve ne’ a medio termine, per cui temo che al momento sia l’unica soluzione per chi vuole una vasta scelta di canali.
Nel nuovo decoder c’è la sorprendentemente piacevole funzione di videorecording che permette di memorizzare una o due trasmissioni – registrazioni che possono anche essere programmate – sull’hard disk interno, “capace” di 140 ore di registrazione (stando a quanto mi ha riferito l’installatore). Questa simpatica funzionalità – oltre a far sparire in soffitta il caro, vecchio videoregistratore VHS – permette inoltre di mettere in pausa una trasmissione e recuperarne la visione senza perdere nemmeno un secondo (utile, quando arriva una telefonata proprio “sul più bello”), ma consente anche di recuperare una frazione di trasmissione con una sorta di “rewind” utilizzabile in tempo reale. E’ una specie di “macchina del tempo”, anche se di minuscola portata (niente a che vedere con la DeLorean di Marty McFly di Ritorno al Futuro): con i bambini che ululano e rimbalzano per tutta la casa, capita spesso di vedere una trasmissione e di perdere – seppur per un secondo – un dettaglio, un momento importante, una frase interessante (“cos’ha detto? Non sono riuscito a sentirlo”). Un clic sul telecomando e si recupera quel minutino perduto.
Pollice su anche per il fatto di poter tranquillamente collocare in pensione il mio claudicante decoder DTT e sostituirlo con la chiavetta-decoder USB di Sky, che ha consentito a me di utilizzare un unico telecomando per utilizzare i vari servizi televisivi (il digitale terrestre si posiziona nei canali dal 5000 in avanti), e a Sky di risparmiare i diritti di diffusione satellitare dei canali Rai. Certo, così Sky ha dovuto rinunciare a camminare dritta per la propria strada che porta tutto solo sul satellite, ma probabilmente questo le ha consentito di non perdere una fetta di mercato.
Per il momento il nuovo giocattolo sta dando soddisfazioni a grandi e piccini (per la vasta scelta di canali per giovani e giovanissimi che il DTT ancora non consente), ma ci sarà tempo per evidenziare altri aspetti.
WiFi, verso la liberalizzazione
La prospettiva di entrare nel prossimo anno con una normativa sul WiFi diversa da quella attuale potrebbe concretizzarsi davvero: Roberto Maroni, Ministro dell’Interno, venerdì scorso ha dichiarato che dal 1° gennaio 2011l’accesso al WiFi pubblico sarà liberalizzato, annunciando il primo passo di un cammino che potrà portare l’Italia a raggiungere – in materia di accesso alla Rete – una disciplina analoga a quella adottata da altri Paesi. In realtà, tutto dipenderà da come proseguirà questo cammino, perché le parole del ministro sono state confortanti, ma non esaustive.
Una nota del Governo informa che “Il Consiglio dei Ministri del 5 novembre 2010 ha approvato un decreto-legge recante misure urgenti in materia di sicurezza, in particolar modo, nelle città e durante le manifestazioni sportive. Il provvedimento inoltre rimuove le restrizioni in materia di accesso alla rete Wi.Fi”. Le ultime due righe del comunicato, che descrive gli ambiti di applicazione del nuovo provvedimento, spiegano: “Infine, pur mantenendo adeguati standard di sicurezza, è previsto il superamento delle restrizioni al libero accesso alla rete WiFi“.
La disciplina dell’accesso alle reti WiFi è contenuta nell’articolo 7 della norma antiterrorismo conosciuta come Decreto Pisanu (poi convertito in legge), che stabilisce l’obbligo – per tutti i soggetti interessati ad offrire un servizio di connettività wireless - di identificazione degli utenti mediante documento di identità e al mantenimento dei log di navigazione. La norma prevede inoltre che il titolare dell’attività che attiva questo servizio debba inoltrare alla questura la richiesta di un’apposita licenza e solamente per questo obbligo era stata fissata una scadenza, definita in prima istanza al 31 dicembre 2007, successivamente prorogata fino all’anno in corso.
In attesa di conoscere i contenuti del decreto legge approvato venerdì scorso, si possono formulare soltanto delle supposizioni: se l’obiettivo del governo fosse quello di non procedere con una proroga al 2011 degli effetti del decreto Pisanu, rimarrebbe in vigore l’obbligo di identificazione con un documento di identità. Per eliminare questa restrizione non sarebbe dunque sufficiente escludere la norma dal decreto milleproroghe (come avvenuto negli ultimi anni), ma si renderebbe necessario un provvedimento che andasse ad abrogare l’articolo 7. Il requisito dell’identificabilità dell’utente potrebbe essere mantenuto solo con nuove disposizioni che – orientate al superamento delle restrizioni oggi in vigore – dovrebbero prevedere l’introduzione di altre forme di tracciabilità.
La spiegazione data dal ministro Maroni preannuncia un percorso in questa direzione: “Per contemperare l’esigenza della libera diffusione del WiFi e quella della sicurezza, valuteremo quali siano gli adeguati standard di sicurezza e dal primo gennaio i cittadini saranno liberi di collegarsi ai sistemi WiFi senza le restrizioni introdotte cinque anni fa e che oggi sono superate dall’evoluzione tecnologica”. Significa che la navigazione degli utenti dotati di laptop, netbook, tablet e smartphone potrà essere tracciata con altri criteri, auspicabilmente rispettosi del diritto alla privacy di ognuno, definiti verosimilmente in un nuovo disegno di legge.
Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, in seguito alle dichiarazioni liberalizzatrici del ministro Maroni, ha espresso preoccupazione sulla possibilità di tracciare elementi utili ad individuare 16mila reati (le fattispecie finora identificate dalla Polizia Postale), ma contemporaneamente ha dichiarato di ritenere “giusto che un tavolo tecnico in tempi rapidissimi lavori per trovare un punto onorevole di mediazione tra sicurezza e libertà”.
Resta dunque da capire quanto queste forme di controllo possano realmente esprimere efficacia nel reprimere obiettivi terroristici o criminali. Non è evidentemente efficace l’obbligo di identificazione attraverso un documento: un malvivente o un terrorista potrebbe presentare una carta d’identità fasulla, non immediatamente verificabile, con buona pace di chi ha visto nell’articolo 7 del Decreto Pisanu una misura antiterroristica applicabile ad un ambito tecnologico. Ne consegue che chi fa parte di un’organizzazione terroristica o criminale, o ha comunque un’adeguata competenza, può eludere o rendere inefficaci gli strumenti di controllo che lo dovrebbero bloccare.
E forse è proprio con questa consapevolezza che il ministro Maroni, la scorsa settimana, si è confrontrato su questi temi con il responsabile antiterrorismo israeliano in occasione di Israel HLS STOP, la prima conferenza internazionale su politiche ed operatività delle tecnologie di sicurezza. L’evento si è svolto a Tel Aviv presso l’Hotel Dan Panorama, che tra i vari servizi offerti ai clienti consente l’accesso a Internet con WiFi, così come moltissimi altri alberghi e caffé, nonché aree pubbliche di una città che può essere considerata il principale centro economico di un Paese che, con il terrorismo, convive purtroppo da molto tempo e che ha accantonato – in questo ambito tecnologico – la schedatura degli utenti, proprio perché ritenuta una soluzione non efficace.
Ma era proprio necessario cercare un conforto consulenziale ad Israele in merito a questo argomento? Probabilmente no: anche in Italia operano esperti in grado di rispondere alle esigenze legate alle problematiche della sicurezza dell’accesso ad Internet. Sarebbe stato sufficiente avere il loro supporto qualche anno fa per comprendere l’esistenza della possibilità di penetrare in una rete WiFi protetta e la scarsa utilità delle misure previste dal Decreto Pisanu. Oggi potrebbero spiegare al ministro che esistono metodi per navigare in mobilità in modo anonimo anche su reti UMTS.
Ben venga, comunque, l’obiettivo di superare le restrizioni oggi previste per l’accesso alle reti WiFi. Ma non si cada nell’errore di vedere in questa iniziativa la possibilità di far decollare l’accesso a Internet in Italia: il digital divide, come fenomeno tecnologico e culturale, esiste ancora.
[pubblicato alle 00:00 di oggi su The New Blog Times]
La scoperta dell’acqua calda: il re dei social network
E’ il bar il social network piu’ amato dagli italiani (AGI).
Dal calcio alla politica, dai datori di lavoro alle star di Hollywood, questi alcuni degli “argomenti da bar” piu’ discussi dagli italiani. Ma tra “calciologhi” e “vippologhi”, alla fine i veri opinion maker sono gli esperti di aperitivi. E’ quanto emerge da uno studio promosso da un’azienda leader negli aperitivi sul mercato italiano e condotto su 480 barman, gestori, proprietari di bar ed esperti del settore, attraverso un monitoraggio di 1.200 soggetti (uomini e donne tra i 18 e i 55 anni) sul loro rapporto con il bar, studio realizzato sui piu’ importanti social network (Facebook e Twitter) e blog attraverso la raccolta di messaggi, post e commenti sull’argomento. Tra un aperitivo, un espresso o un panino, dal lunedi’ alla domenica sono circa 15 milioni gli italiani (dati Fipe 2009) che vanno al bar. Un locale pubblico (sono ben 121mila in Italia, dato Fiepet-Confesercenti 2010) e’ il luogo dove la gente sembra farsi una vera opinione su tutto cio’ che succede nel mondo. Ma quali sono gli argomenti piu’ discussi? Sulla bocca di tutti c’e’ al primo posto la politica (48 per cento), che batte il Calcio (42 per cento) e lavoro (37 per cento), oltre ad argomenti piu’ leggeri come il gossip (35 per cento), che ha la meglio persino sullo shopping (33 per cento) e sul cinema (25 per cento). Attraverso gli argomenti e le abitudini, e’ possibile dividere i clienti in varie “tribu’”, che svolgono un ruolo diverso all’interno del bar. Su tutti i piu’ influenti sono gli “aperitivologhi” (45 per cento). Sono loro a parlare degli argomenti piu’ svariati, “decidere” chi sara’ il prossimo presidente del Consiglio (47 per cento), quale sara’ il ‘must have’ in fatto di moda (33 per cento) o il film giusto da guardare al cinema (25).
Che ci fa la regina Elisabetta su Facebook?
Notiziona diffusa dall’ANSA:
L’ultima frontiera sta per cadere: domattina Elisabetta II sbarchera’ su Facebook con la pagina The British Monarchy. Gli oltre 500 mln di utenti del social network potranno diventare fan dei reali e seguire le loro attivita’. La pagina conterra’ foto, video, notizie e sara’ possibile lasciare dei commenti. Facebook ha poi creato appositamente l’applicazione ‘near me’ per permettere ai fan di essere avvisati delle eventuali iniziative della casa reale nella loro area di residenza
“E ‘sti ca22i”, penserà qualcuno, ritenendola un’iniziativa di social marketing di sua Maestà. ”Fonti di Buckingham Palace – aggiunge però opportunamente Adnkronos – nel rivelare che da domani la pagina sara’ attiva, precisano che non si tratterà di un profilo personale della Regina”.
Meno male, già mi preoccupavo. Il problema però è un altro: su Facebook esistono già altre pagine intitolate The British Monarchy. Come farà l’internauta elisabettiano a riconoscerla tra le altre pagine apocrife?




