Ma chi ci spia davvero su Facebook?

Ha suscitato scalpore la notizia esclusiva riferita dall’edizione online de L’Espresso e relativa ad un accordo siglato tra Facebook e la Polizia delle Comunicazioni che – primo caso tra gli organismi di pubblica sicurezza in Europa – le consentirebbe di effettuare controlli approfonditi sugli utenti del social network senza dover chiedere nulla alla magistratura. Notizia che, però, è stata vigorosamente smentita dai vertici della stessa Polizia Postale.

In virtù dell’accordo, agli investigatori italiani sarebbe stata dunque concessa una “corsia preferenziale” utilizzabile “soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa”. Obiettivi conseguibili operando – secondo l’articolo – in deroga alle normative che prevedono l’applicazione e il rispetto un iter autorizzativo, come la Protezione Civile per le operazioni di emergenza.

Alla legittimità degli intenti anticrimine di questa iniziativa si contrappongono però alcune condivisibili perplessità, altrettanto legittime: innanzitutto – se l’indiscrezione corrispondesse a verità - sarebbe opportuno capire entro quali confini si potrebbe muovere la Polizia. Va da se’ che l’utilità dell’analisi di un profilo si potrebbe spingere a tutto, dagli status update (incluse le informazioni di geolocalizzazione), alle foto, fino alla cronologia delle chat, configurando un’attività di perquisizione e intercettazione di contenuti digitali paragonabile a quella svolta dalla Polizia sulle intercettazioni telefoniche autorizzate dalla magistratura,  che il Governo da tempo cerca di arginare.

Decisa la smentita del direttore centrale della Polizia Postale Antonio Apruzzese: “Figuriamoci se la polizia si mette a spiare i navigatori di Facebook. Quando la polizia postale o altri organi (Carabinieri, GdF ecc ecc.) nel condurre una indagine si trovano ad intercettare comunicazioni su Facebook, si muovono sempre con l’autorizzazione della magistratura. Anche perché nel caso contrario tutto ciò che si fa non avrebbe alcun valore processuale. Anzi se violassimo la rete senza autorizzazione della magistratura commetteremmo un reato penale“.

Apruzzese puntualizza: “Ai primi di ottobre sono venuti in Italia, dopo lunghe trattative e contatti i responsabili di Facebook al massimo livello accompagnati anche dai loro legali e hanno illustrato le procedure per chiedere ed ottenere l’accesso alla rete per vicende di polizia giudiziaria e, soprattutto per quali casi, in base alla legislazione anglosassone, si possono concedere le autorizzazioni. Hanno spiegato punto su punto, abbiamo stilato le linee guida e girato le direttive a tutti gli organismi di polizia italiana“.

Un incontro durato due giorni, a cui la stampa italiana aveva dato ampia pubblicità e che si era svolto in Italia, con una spedizione proveniente da Palo Alto. In una delle tante note riportate dalle agenzie di stampa il 7 ottobre si leggeva infatti:

A conclusione della due giorni sono state definite le “linee guida” che regoleranno i rapporti tecnico-operativi fra la Polizia Italiana e l’azienda statunitense con particolare attenzione agli aspetti di prevenzione e riduzione degli illeciti commessi online. Il documento riflette l’ottimo rapporto di collaborazione da tempo in atto tra il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni e i responsabili di Facebook e potrebbe divenire a breve uno standard internazionale. Infatti, unico del suo genere, costituisce una importante innovazione nei rapporti di cooperazione internazionale tra rappresentanti del settore pubblico e privato.

L’articolo esclusivo de L’Espresso potrebbe quindi essere una libera interpretazione di quell’incontro (e questo è ciò che la smentita di Apruzzese induce a credere), oppure il resoconto di un seguito più riservato, con un nuovo incontro tenutosi a Palo Alto, su cui però non esistono ulteriori conferme.

Ciò che è certo è che, per l’ennesima volta, si parla di problemi di privacy in ordine a Facebook, che cadono appena qualche ora dopo la rivelazione di quei 6600 dollari “investiti” dall’azienda per portare a cena rappresentanti della maggioranza politica californiana e convincerli ad abbattere un disegno di legge sulla riservatezza, e qualche giorno dopo la scoperta che la piattaforma ospita da tempo applicazioni-colabrodo che diffondono dati personali a beneficio del mondo del marketing e all’insaputa dell’utente. A questo punto, per chi ancora non ha pensato all’opportunità di gestire in modo opportuno il proprio profilo su un social network, s’impone una seria riflessione.

[oggi su The New Blog Times]

Legge Pisanu, ora parla Maroni

La settimana scorsa lo aveva promesso il ministro Renato Brunetta e non se n’è fatto nulla. Oggi ne ha parlato il ministro Roberto Maroni:

‘La prossima settimana verra’ portata in Consiglio dei ministri una proposta che supera la norma Pisanu, in scadenza il 31 dicembre’, sull’accesso a Internet. Lo ha detto il ministro Maroni. ‘C’e’ stata un’evoluzione tecnologica che ci consente superare le restrizioni previste dal decreto Pisanu del 2006 e di contemperare le esigenze di sicurezza e l’attivita’ investigativa con lo sviluppo dell’accesso alla rete internet’, ha spiegato durante il question time.

A parte la superflua giustificazione data dall’evoluzione tecnologica, terrei solo a sottolineare che:

  • il ministro Brunetta aveva parlato di un grande consenso politico, precisando: “il ministro Maroni si è detto disponibile”. Presumendo dunque un certo accordo, si può parlare di un sostanziale allineamento tra i due in tema di accesso Internet in WiFi
  • nel question time, il ministro Maroni (Lega Nord) ha parlato in risposta ad un’interrogazione di cui si è fatto portavoce l’onorevole Jonny Crosio (Lega Nord). Presumendo un certo accordo, si può parlare di un sostanziale allineamento tra i due in tema di accesso Internet in WiFi.

Ci crediamo? Riflessioni a catena

  • non c’è due senza tre, per cui è lecito attendersi una terza dichiarazione allineata a quanto sopra. Per competenza, potrebbe essere formulata dal ministro Paolo Romani
  • e il quarto vien da se‘. Non dimentichiamoci che, in materia, si è espresso anche il ministro del turismo Michela Brambilla. Circa un anno fa.
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La procura di Roma apre un fascicolo su Street View

Reuters riferisce:

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo su Google Street View, il sistema che consente di visionare dal proprio computer strade e luoghi in molte parti del mondo, per stabilire se violi la privacy. Lo riferiscono fonti giudiziarie.

Il fascicolo, per ora contro ignoti, ipotizza il reato di violazione della privacy, ed è stato aperto in seguito a una comunicazione del Garante per la privacy, che si è occupato della questione nei giorni scorsi, su eventi sensibili che sarebbero stati captati su reti wi-fi.

Google è rappresentato dagli avvocati Giuliano Pisapia e Giulia Bongiorno.

 

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Il confine del rispetto

SILENZIO


Negli ultimi giorni mi sembra si sia accentuato un fenomeno che – purtroppo – già da tempo sta permeando e caratterizza i fatti di cronaca che suscitano più scalpore. Una sindrome da reality show che, da Cogne ad Avetrana, passando per Erba, Garlasco e altre località, sta affliggendo sempre più persone, in un circolo vizioso alimentato dai media.

In tutta questa fame mediatica di informazioni, spicca la scelta di Mario Calabresi, direttore de La Stampa, di non utilizzare l’audio degli interrogatori di Avetrana:

Ci siamo chiesti cosa farne e se metterli subito sul sito web, sicuri di fare un record di contatti. Ne abbiamo discusso e abbiamo deciso di buttarli, perché non aggiungevano nulla a quello che avete già letto fino a oggi, perché non servivano a chiarire nulla e perché potevano essere utili solo a solleticare le morbosità, a infilare la testa più in fondo nel pozzo.

Convidido completamente il commento che segue qualche riga più sotto:

Ci sarà un motivo se da decenni all’inizio di un processo la Corte si ritira per decidere se possono entrare i fotografi (in caso di decisione negativa negli Stati Uniti entrano in azione i disegnatori) o le telecamere in Aula. Succede perché la delicatezza di un caso o la necessità di frenare una deriva emozionale può richiedere attenzioni superiori.

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Street View, i “vincoli” del garante della Privacy

Una multa da 30mila a 180mila euro: è questo il rischio a cui potrebbe andare incontro Google se i prossimi “raid” delle Google-car sulle strade italiane non saranno ampiamente annunciati alla popolazione interessata. E’ quanto si legge nell’anticipazione di un nuovo provvedimento del Garante della Privacy contro l’invadenza diStreet View, il servizio abbinato a Google Maps che offre visualizzazioni a 360° di tutti i vari luoghi in cui sono passate le auto dotate di fotocamere panoramiche.

Il provvedimento - reso noto nei giorni scorsi dal blog tenuto da Flavia Amabile su La Stampa.itrimbalzato anche oltreoceano – non è stato ancora pubblicato nel sito del Garante. Primo nel suo genere in Europa, fa seguito all’indagine condotta dall’Authority italiana su Google, Street View e i dati indebitamente raccolti dalle Google-car e ne costituisce – di fatto – la prima reazione: il provvedimento di settembre con cui si disponeva “il blocco di qualsiasi trattamento dei payload data raccolti sul territorio italiano” era una sorta di atto dovuto e già spontaneamente attuato dalla stessa Google.

Il Garante, nella persona del presidente Francesco Pizzetti, avrebbe però dichiarato di essere mosso da altri input: «Abbiamo ricevuto proteste persino da amministrazioni locali. Non c’è nessun dubbio che Street View possa rappresentare uno strumento molto utile nel settore turistico, permette di vedere le località di vacanza, aiuta a scegliere e ad organizzare un viaggio. Ma è anche vero che può essere eccessivamente invadente nella vita dei cittadini e dunque bisogna stabilire alcune regole».

La prima nuova regola anticipata stabilisce che nelle prossime occasioni in cui Google volesse sguinzagliare le proprie auto sulle strade italiane, dovrà comunicarne la presenza in modo palese attraverso cartelli o adesivi leggibili posti sulle auto, onde dare modo ai cittadini di non cadere in tranelli anti-privacy come quelli in cui sono letteralmente precipitati alcuni mariti napoletani, vittime anche del passaggio delle auto inviate da Mountain View. Mancherebbe solo un altoparlante posto sul veicolo, o un megafono come quelli usati dagli arrotini per annunciare il loro arrivo nel quartiere.

Ma non è tutto: il Garante ha infatti stabilito che Google dovrà anche preannunciare l’arrivo delleGoogle-car in una determinata località con un anticipo di tre giorni e – qualora si tratti di una metropoli – indicando in quali quartieri transiteranno. L’annuncio dovrà essere diffuso tramite il sito web, ma anche con la pubblicazione della notizia su almeno due quotidiani, nella cronaca locale, e attraverso un’emittente radiofonica locale.

Il provvedimento ha solo in apparenza proporzioni eccessive, in realtà propone misure che possono rivelarsi inefficaci: la pubblicità che Google dovrebbe dare agli itinerari dei propri veicoli potrebbe essere tranquillamente ignorata da chi non legge quei due qoutidiani, non ascolta quella radio locale e non si preoccupa di visitare il sito web di Google.

Non si tratta di una soluzione che agevola l’informazione del cittadino e quindi questa vicenda può avere varie letture: se il Garante, con questo provvedimento, ritenesse di tutelare in modo appropriato la privacy dei cittadini, significherebbe che nel suo immaginario la popolazione italiana è disposta a guardare ogni giorno il sito web di Google, o a spulciarsi le pagine di cronaca locale sui quotidiani (quali?), o ancora ad ascoltare (a che ora? in che trasmissione?) una radio locale in attesa del temuto annuncio. D’altro canto, si potrebbe invece pensare che il provvedimento sia stato così configurato per dimostrareattenzione verso un problema difficile da affrontare in modo adeguato.

Oltre a chi tiene alla propria privacy, fra coloro che potranno trarre beneficio da questo provvedimento si troveranno gli sfaccendati in cerca di visibilità: sapendo con maggiore precisione momento e luogo del passaggio delle fotocamere panoramiche di Street View avranno modo di farsi belli per l’occasione senza essere colti di sorpresa. Il che, in un mondo dominato da reality-show e persone in cerca di un warholiano quarto d’ora di notorietà, non sembra così inverosimile. Chissà, dopo la figura del tronista potrebbe nascere quella dello stradista.

[pubblicato oggi su The New Blog Times]

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Il tablet di HP

Negli USA sta per partire la vendita dello Slate 500, il tablet di HP con Microsoft Windows 7.

Display LED touchscreen da 8,9 pollici con risoluzione 1.024×600 pixel, HP Slate Digital Pen (il pennino), doppia webcam (frontale VGA, da videochiamate, e posteriore da 3 Megapixel), CPU Intel Atom Z540 da 1,86 GHz, RAM da 2 GB, Bluetooth, WiFi, una porta USB 2, uno slot per schede SD. Niente hard disk, ma un Solid State Drive da 64 GB. A bordo, attorno all’orbita del sistema operativo Microsoft si trovano i software Acrobat, Adobe Reader e la suite Office 2010 con Evernote. Il peso è di 680 grammi. Per la batteria HP dichiara un’autonomia di 5 ore.

Dalle caratteristiche sembra un netbook senza tastiera. Il prezzo di 799 dollari, però, è abbastanza allineato all‘iPad.

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Banda larga, niente soldi. Legge Pisanu, niente cambiamenti

Delle dichiarazioni e delle promesse formulate dal ministro Renato Brunetta in merito alla necessità di investire sulla banda larga in Italia ho parlato spesso anche da queste pagine (qui, quiqui). Le… braccia sono cadute quando si è scoperto che i fondi da destinare a questo investimento si sono ridotti drasticamente. Leggere che lo stesso ministro Brunetta avrebbe dichiaratoÈ inutile pensare agli 800 milioni che mancano per la banda larga in Italia quando il suo livello attuale di utilizzo è inferiore al 50%” lascia un po’ basiti.

Anche il resto delle dichiarazioni non scherza: “È un problema di cultura, non di rete: tutte le scuole italiane sono già collegate via internet, fra loro, con il ministero e con il mondo esterno, ma la quantità di contenuti che viene fatta circolare è praticamente nulla. Lo stesso in medicina: il fascicolo telematico con le informazioni di ogni paziente è già disponibile, ma non viene utilizzato, così come la Pec, la posta elettronica certificata per la quale la banda larga è più che sufficiente. Il solo utilizzo del protocollo Voip per la comunicazione nelle università consentirebbe di risparmiare fino a un terzo di spese telefoniche, recuperando l’investimento necessario in un anno e mezzo e liberando fondi”.

Citando il solo ambito della Pubblica Amministrazione, il ministro ritiene dunque che le infrastrutture di comunicazione in Italia siano più che sufficienti per lo scarso uso che se ne fa. Quasi a dire “inutile dare perle ai porci”, il ministro sembra suggerire di pensare a ben altri problemi, dimenticando che esistono realtà che potrebbero fare un ottimo uso di un accesso Internet a banda larga, se solo lo avessero a disposizione, agevolando uno sviluppo tecnologico che trascinerebbe con se’ una parte significativa di quello economico.

D’altro canto, queste dichiarazioni sono state rilasciate a chiusura dell’”Incontro con gli innovatori” organizzato al Future center Telecom di Venezia, in cui lo stesso ministro aveva ventilato l’ipotesi che nell’imminente Consiglio dei Ministri si sarebbe discussa l’abrogazione dell’articolo 7 della Legge Pisanu: ”C’e’ un grande consenso politico. Ci sono dei problemi di ordine nazionale e di coerenza internazionale, ma il ministro Maroni si e’ detto disponibile e penso che gia’ dal prossimo Cdm, se non gia’ una modifica, ci sara’ una discussione”.

Il Consiglio dei Ministri c’è stato, la discussione sull’abrogazione no, non era neppure all’ordine del giorno.

Un nome che attira

A che cifra si può vendere – o acquistare – un dominio Internet? Dipende da quanto valore (monetario) può generare, ossia da quanto può essere attraente: ciò che tira di più in Internet è tutto quanto orbita attorno alla sfera sessuale e Sex.com, riferisce The Register, costerà 13 milioni di dollari alla Clover Holdings Ltd, che se lo è aggiudicato ieri. E questo è il capitolo mancante del libro Sex.com di Kieren McCarthy, che narra l’articolata storia di questo nome a dominio.

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Facebook, privacy ancora a rischio

Mentre milioni di utenti di Facebook curavano con amore la loro fattoria virtuale, giocavano a poker, rispondevano a quiz di intelligenza o si scambiavano regalini digitali, alle loro spalle – meno virtualmente – qualcuno memorizzava illecitamente i loro dati personali, per utilizzarli a scopo di marketing e pubblicità o per passarli ad altre aziende di profilazione…

Quando Richard Allan, nel presentare le nuove regole diFacebook a tutela della riservatezza dei dati dei propri iscritti, aveva dichiarato “i dati dei nostri utenti appartengono solo a loro”, aveva pronunciato una sacrosanta – e lapalissiana – verità. Tuttavia, il responsabile europeo per la privacy del più grande social network non sapeva che l’ennesima precisazione in tema di privacy sarebbe stata seguita, pochi giorni dopo, dall’esplosione di un nuovo bubbone, legato al flusso di dati generato dalle applicazioni ospitate dalla piattaforma, prima fra tutteFarmville [...]

Continua a leggere l’articolo su The New Blog Times

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Lupin 4.0

Se non fosse evidentemente d’attualità, sarebbe una notizia d’altri tempi:

Ladro tecno-gentiluomo ruba Pc e fa avere chiave USB con la memoria – Corriere.it

La vittima del furto è un docente dell’Università di Umeå, in Svezia – Il professore: «Questa storia mi fa provare speranza nel genere umano»

[...] Il professore era disperato dopo aver subito il furto del suo computer portatile sul quale aveva documenti importanti. Una settimana dopo la rapina ecco la sorpresa. A casa del docente arriva una busta. In essa il ladro gentiluomo ha inserito una chiavetta Usb sulla quale ha scaricato tutti i file presenti nel pc. [...]

Incrociamo le antenne

Dicono che nel prossimo Consiglio dei Ministri si parlerà dell’articolo 7 della Legge Pisanu

Terrorismo: Brunetta, modifiche Legge Pisanu a esame prossimo CDM – ASCA

Venezia, 18 ott - Una modifica o un’abrogazione dell’articolo 7 della legge Pisanu, che mette in conto, a fini antiterrorismo, limitazioni ai servizi di accesso wireless pubblici sara’ uno dei temi all’ordine del giorno del prossimo cdm. Lo ha detto a Venezia il ministro Renato Brunetta.

”C’e’ un grande consenso politico – ha spiegato Bunetta – Ci sono dei problemi di ordine nazionale e di coerenza internazionale, ma il ministro Maroni si e’ detto disponibile e penso che gia’ dal prossimo Cdm, se non gia’ una modifica, ci sara’ una discussione”.

Attendiamo gli sviluppi…

Forse non fa per me…

…visto che io mi comporto così già adesso

[spot segnalato da Max]

Non è un paese per giovani (aridaje)

Anche in questa occasione il titolo di questo post ha un retrogusto amaro, dovuto ad una questione tipicamente italica:

Agenzia per la sicurezza nucleare: c’è l’accordo su Veronesi presidente – La Stampa

L’Agenzia per la sicurezza nucleare riempie la prima casella, quella del presidente. L’oncologo Umberto Veronesi ha accettato «volentieri» di guidare la nascente struttura. Quasi in contemporanea è giunto il placet istituzionale: nel corso di una riunione al ministero dell’ Ambiente tra i ministri dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dello Sviluppo economico, Paolo Romani, è stata espressa «grande condivisione» sulla figura prescelta.

Non parlerò della scelta del Paese sul nucleare, ma sulla scelta di Umberto Veronesi, che non è una sorpresa, dato che se ne parla da mesi.

“Poi però non ci si strappi le vesti sulla fuga dei cervelli”, osserva puntualmente Stefano, ricordando che Umberto Veronesi a fine novembre avrà compiuto 85 anni. E questo è un aspetto da considerare per riflettere sul terzo di quei cinque punti fondamentali che Veronesi ha tenuto molto a chiarire all’indomani del dibattito nato lo scorso luglio luglio (nel primo punto ha assicurato le dimissioni dal Senato in caso di accettazione, per cui dovrebbe essere superfluo chiedergliele ora).

Nel Terzo punto Veronesi aveva scritto: “le mie competenze in qualità di Presidente sarebbero di coordinamento degli esperti in materia di nucleare (prevalentemente fisici), con una responsabilità diretta circa la sicurezza per la salute della popolazione”. Se interpreto correttamente questa posizione, Veronesi sarebbe dunque direttamente responsabile in caso si concretizzassero rischi per la salute.

Il punto è questo: andrà tutto benissimo e non servirà toccare legno, ferro e ogni altro oggetto di scaramanzia, ma questa premessa dice che Veronesi sarebbe ritenuto direttamente responsabile in caso si concretizzassero rischi per la salute. Ma considerando il tempo necessario all’iter di introduzione del nucleare, qualora si verificassero questi rischi, quali conseguenze potrebbero realmente essere addebitate ad un Veronesi per esempio novantenne, per essersi assunto le proprie responsabilità?

Per il resto comincio a condividere le perplessità espresse da qualcuno lo scorso luglio.

Post precedenti:

Marty McFly, 25 anni dopo

La trilogia di Back to the future – Ritorno al futuro non potrà avere un seguito, ma chi avrebbe mai detto che un apparentemente banale remake del trailer originale potesse, nel 2010, far fare un balzo indietro nel tempo ai fan di Marty McFly e avere un successo virale?

Il video ha ugualmente uno scopo “pubblicitario”: serve ad annunciare la Back To The Future 25th Anniversay Reunion che avrà luogo in occasione degli Scream Awards 2010. Il remake è fedelissimo (vedere qui sotto l’originale per credere):

E’ anche un’occasione per vedere che Michael J. Fox, impegnato con la sua fondazione a contribuire alla ricerca sulla malattia di Parkinson (con cui l’attore convive da quasi vent’anni), non ha perso il suo smalto.

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A riveder le stelle (e il sole)

Il riferimento dantesco è al felice esito delle operazioni di recupero dei 33 minatori rimasti intrappolati per oltre due mesi nella miniera di San José a 625 metri di profondità nel sottosuolo di quel Cile che, come ha scritto Luis Sepulveda, è un paese che cresce nelle tragedie.

La copertura mediatica favorita da Internet e culminata nella giornata di ieri, che ha fatto seguito ai quotidiani aggiornamenti diffusi in tutto il mondo dal 22 agosto (giorno in cui i 33 sono riusciti a comunicare di essere vivi e in salute dopo 17 giorni dal crollo del 5 agosto che aveva bloccato accessi e vie di uscita), ha ricordato le dinamiche di uno dei tanti reality show che caratterizzano l’offerta di intrattenimento televisivo da dieci anni a questa parte.

I punti in comune sono stati molti: attesa, incertezze, aggiornamento continuo, opinionismo psico-sociologico, possibilità di mantenere i contatti con le famiglie. Sentimenti, stati d’animo in continuo cambiamento, emozioni vere. La differenza sostanziale è che questa situazione è nata accidentalmente e che tutti hanno realmente temuto per la vita dei trentatre che sono rimasti imprigionati nelle viscere della terra, costretti a superare ogni giorno una prova vera, ben più importante di quelle ridicole competizioni a cui vengono sottoposti i concorrenti di Grande Fratello, Isola dei Famosi, Talpa e via discorrendo.

Altra differenza, amara: negli pseudo-reality che la TV propina al pubblico, chi esce – e si dimostra un personaggio, seppur opinabilmente – trova lavoro, nel mondo dello spettacolo o in uno dei suoi satelliti. Per i minatori le prospettive sono molto meno glamour: la società di cui sono dipendenti è destinata al fallimento e loro rimarranno senza occupazione e forse anche senza liquidazione.

I riflettori puntati sul Cile – uno dei pochi temi interessanti nel panorama informativo offerto in TV in questo periodo, che si è guadagnato attenzione forse proprio per l’intrinseco meccanismo reality-style – hanno fatto luce su aspetti sconosciuti a molta parte del mondo, innanzitutto la situazione della miniera di San José – chiusa e riaperta per tre volte – e i problemi della sicurezza di questi lavoratori (solo nel 2010 si erano verificati altri incidenti con morti). Spenti i riflettori, ci potrà essere spazio per una svolta o si sarà trattato “solo” dell’unico vero reality?

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Windows Phone 7: prima in Italia, poi negli USA

Sono piuttosto curioso di vedere Windows Phone 7 e come verrà accolto in Italia, un mercato ritenuto importante. Già, perché il nuovo sistema operativo è stato presentato ieri e – udite, udite! -sul mercato italiano arriverà il 21 ottobre, prima del suo sbarco negli USA, con lo smartphone LG Optimus 7 che costerà 399 euro.

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Era solo l’inizio

Il Nobel per la Pace 2010 è stato assegnatoLiu Xiaobo. Riccardo Luna, primo promotore – con Wired Italia – della candidatura di Internet, plaude la scelta del comitato e si inchina virtualmente al cospetto del dissidente cinese, ma fa capire che il percorso di Internet for Peace non è affatto giunto al traguardo:

Non credo che ripresenterò la candidatura di Internet al Nobel. Non lo farò perché non mi pare che abbia senso: il comitato non ha bisogno di una candidatura per dare il Nobel, i cinque di Oslo possono farlo in autonomia. Se hanno preso così sul serio la nostra campagna da portarla in short list, vuol dire che l’hanno capita. Possono dare il Nobel a Internet anche l’anno prossimo o quello dopo. In fondo non conta. Ma il senso di quella campagna non finisce qui. Continueremo a promuovere il significato profondo della Rete perché tutti lo capiscano, continueremo a celebrare le persone che con Internet fanno la differenza perché possano ispirare l’azione di altri. E ci batteremo ogni giorno per tre cose fondamentali: una più che decente connessione a banda larga per tutti, il wifi libero e la libertà della Rete. Quando? Subito.

Sottoscrivo i tre obiettivi evidenziati da Riccardo: il giorno in cui si realizzeranno, il risultato raggiunto sarà il premio da cui tutti potranno trarre beneficio.

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Decreto Pisanu: forse quest’anno non sarà prorogato

Sono passati ormai cinque anni dall’introduzione delle norme anti-terrorismo che fanno capo al notoDecreto Pisanu, che – tra l’altro – regolamenta l’accesso WiFi nel nostro Paese. Ma pare che i tempi per una opportuna revisione possano essere maturi.

La norma conosciuta come Decreto Pisanu è il Decreto Legislativo 144/2005, convertito nella Legge 155/2005. Fra le regole in esso contenute c’è l’art. 7, che obbliga all’identificazione di ogni utente che utilizza una rete wireless diversa da quella della propria abitazione, identificazione che deve essere attuata dall’ente che eroga la connessione (su specifica licenza rilasciata dalla questura), che è inoltre tenuto a registrare i log di chi fruisce della connessione. Una norma vista da molti come un appesantimento burocratico che demotiva iniziative di apertura di reti WiFi ad accesso libero da parte di esercizi pubblici.

E’ però delle scorse ore la notizia di un nuovo disegno di legge intitolato Abrogazione delle norme recanti limitazioni dell’accesso ad Internet,  presentato da Paolo Gentiloni, Linda Lanzillotta e Luca Barbareschi. Nuovo, giacché all’inizio del 2010 era già stato presentato, da Roberto Cassinelli, un primo disegno di legge con cui si proponeva una modifica all’art. 7, ossia l’adozione di misure meno vincolanti, ma finora la proposta non aveva mai guadagnato l’attenzione del Parlamento.

Fa indubbiamente piacere che Paolo Gentiloni e Linda Lanzillotta si siano ricreduti, rispetto alle convinzioni che, tre anni fa, li hanno portati a non opporsi all’approvazione della proroga della validità della norma (l’uno in veste di Ministro delle Comunicazioni, l’altra in veste di Ministro degli Affari Regionali). D’altro canto, lo stesso Pisanu si è esplicitamente dichiarato favorevole ad una modifica della norma da lui stesso promossa.

La retromarcia bipartisan è stata dunque inserita. Resta da vedere se, in questo particolare periodo politico e istituzionale, qualcuno si impegnerà concretamente a premere l’acceleratore.

[tratto da WiFi: via i lucchetti del Decreto Pisanu. Davvero?]

Dubutta oggi il social thriller di Vito di Bari

Si chiama Social Killer, ma è un social thriller: Vito di Bari ha pensato di modernizzare il concetto di romanzo a puntate, declinandolo in chiave social. Al centro della storia c’è infatti il social network Datebook, utilizzato da un serial killer per raccogliere amicizie tra cui scegliere le proprie vittime. Ma Datebook è anche il nome di un blog vero e proprio che apre i battenti proprio oggi e che è stato realizzato allo scopo di coinvolgere i lettori nella caccia all’assassino.

Il romanzo è formato da 108 capitoli, scaricabili di giorno in giorno, per quattro mesi. L’utente potrà effettuare il download di ogni capitolo sul proprio smartphone e interagire con i profili dei personaggi presenti su Facebook. L’opera non prevede un vero e proprio costo di acquisto, ad eccezione di quelli richiesti dall’operatore di telefonia mobile per la connessione necessaria ai download.

Gli utenti dotati di iPhone o iPod Touch troveranno su iTunes Store l’applicazione Social Killer e i capitoli del romanzo, nella sezione libri. I clienti Vodafone potranno invece ricevere settimanalmente tre link per scaricare su cellulare i vari capitoli del romanzo, inviando un SMS con scritto “Killer” al numero 4887700.

E’ un’iniziativa interessante, che mostra una delle possibili strade alternative che l’editoria potrebbe sperimentare.

Se vi interessa il primo capitolo, eccolo qui (grazie Vito):

1. Una piccola torcia

Se ora entrasse nella cameretta per controllare, nel letto del figlio la signora Lina vedrebbe solo una collinetta. È la sagoma di un bimbo che dorme rannicchiato sotto le coperte.
Ma non è il figlio, e non dorme.
Suo figlio è cresciuto e vive lontano, sotto quelle coperte ora c’è un altro bimbo che tiene in mano una piccola torcia e legge un libro. Fa finta di dormire e legge per ore, ha otto anni ed è il figlio della vicina, Fernanda, che abita al piano di sotto e lavora di notte.

“Me lo terrebbe lei, signora Lina?” le aveva chiesto tre anni prima, dando la mano a quel ragazzino con l’aria da monello e il sorriso di un angelo. “Glielo porto alle nove e vengo a prendermelo verso le due, quando smetto di lavorare.”
“Tutte le sere?” aveva risposto la signora Lina per prendere tempo, ma aveva già deciso.
“Sì, tranne i lunedì quando riposo. Le darei qualcosa, naturalmente. Per il disturbo …”
Il bambino disturbo non gliene dava. La signora Lina si sentiva molto sola in quella casa rimasta prima orfana del marito e poi abbandonata dai figli. Le disse di accomodarsi, si misero d’accordo.
Passarono gli anni, tutte le notti Fernanda veniva a riprendersi il figlio addormentato e lo portava in braccio al piano di sotto perché si svegliasse nel suo letto dopo essersi addormentato in un altro. Lui si addormentava sempre tardi, non aveva mai voglia di dormire. Gli piaceva leggere storie fantastiche nei libri che gli comprava la mamma. Immaginava di essere un cavaliere antico, un esploratore, un pirata, uno sceriffo. Dormendo, gli sembrava di buttare via il tempo. Ma la signora Lina era inflessibile.
“Alle nove e mezza si spegne la luce e si dorme” aveva detto.
“Posso avere quella piccola torcia, mamma?” aveva chiesto il figlio alla madre, al supermercato.
Lei aveva detto di sì e così era iniziata quell’avventura segreta sotto le coperte. Al riparo dei rimproveri della signora Lina, leggeva per ore tutte le notti.

“Che guaio!” pensa il bambino, chiudendo il libro “sono stato uno stupido!”

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I costi di recesso sopravvivono e prosperano

Dal Sole 24 Ore:

Costi di recesso nel mirino Agcom

L’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) ha multato numerosi operatori telefonici, ieri, per oltre 658 mila euro, per vari comportamenti illeciti nei confronti degli utenti. Tra le multe – secondo quanto risulta al Sole 24 Ore – c’è il primo passo di una battaglia per ridurre i costi di recesso, cioè quanto gli utenti pagano per disdire una linea o cambiare operatore. Costi in alcuni casi ingiustificati e quindi in violazione al decreto Bersani sulle liberalizzazioni (secondo cui il recesso non deve comportare penali).

Vedo positivamente l’inizio di un percorso di riduzione (o abbattimento) dei costi di recesso non giustificati (peraltro già avviato in passato dalla Legge Bersani, spesso applicata in modo arbitrario). Vedo meno bene le sanzioni non proprio elevate: Opitel (proprietaria del marchio Teletu e parte del gruppo Vodafone) è stata multata per 58mila euro (chiede ai propri utenti 60 euro per il recesso); Telecom Italia per 464mila euro, a causa di fatturazioni ritenute non correttamente emesse e attivazioni non richieste di ADSL. Anche Fastweb è stata multata per servizi attivati e non richiesti, ma per 58mila euro. Stessa sanzione a Vodafone per violazione delle norme sulla trasparenza sulle condizioni applicate agli utenti.

Multe di importo non certo elevato, per aziende che hanno un volume d’affari molto superiore e che – come ho già detto in più occasioni – potrebbero includere lìimporto di queste sanzioni nei costi di pubblicità.

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