Summer sales

BlogBabel è all’asta su eBay, prezzo base 4999 Euro. E non è uno scherzo: l’inserzione è certificata da Qix e Orientalia4all.

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N900, sarà un vero rivale per l’iPhone?

N900 è la sigla che contraddistingue il nuovo smartphone che Nokia, a partire da ottobre, lancerà sul mercato dei touch-phone per competere contro l’iPhone di Apple.

N900a

Ottime le premesse per il dispositivo annunciato oggi: sistema operativo Maemo 5 (Linux-based), processore ARM Cortex A8 da 1 GHz, 1 GB di memoria interna, grafica accelerata con supporto per OpenGL ES versione 2.0, browser sviluppato da Mozilla con possibilità di navigare aprendo più finestre contemporaneamente (anche in modalità full screen), display touch-screen da 3,5 pollici (risoluzione 800×480 pixel), fotocamera da 5 megapixel con ottiche Zeiss e lenti Tessar, modulo GPS, 32 GB di memoria integrata (espandibile fino a 48 GB con schede microSDHC), tastiera estesa QWERTY scorrevole, WiFi, connettività HSPA (ah già, è anche un cellulare), batteria da 1320 mAh. Prezzo indicativo: 500 euro.

N900b

Sarà però la user experience a dire se il nuovo Nokia sarà l’anti-iPhone: finora, i rivali che hanno tentato di intaccare leadership e appeal del melafonino nel settore dei touch-phone non sono riusciti nell’intento…

Scjackalli

Dopo essersi contraddistinti per discrezione e compostezza, i componenti della famiglia Jackson hanno deciso di esternare il proprio dolore per la perdita del loro amato Michael in un (in)opportuno reality show famigliare.

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La crisi via e-mail

Ultimamente la mia mailbox brulica di messaggi all’insegna del pensare positivo (e l’antispam non se ne accorge), succede anche a voi?

crisimail

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Swiss View? No, grazie

Pare che Street View, il servizio legato a Google Maps per offrire visualizzazioni delle località a 360 gradi, non sia gradito in Svizzera: la Swiss Federal Data Protection and Information Commission ha infatti acceso il semaforo rosso, per problematiche di riservatezza (concetto proverbialmente caro agli elvetici) per la facile identificabilità di vosti e targhe di automobili.

Google ha assicurato che proporrà alle istituzioni svizzere una soluzione soddisfacente per le esigenze di privacy difese categoricamente, migliorando quella utilizzata attualmente, che commette ancora qualche errore.

Regolamentazione di Internet? Ancora?

imagebook

Criminalizzare Internet significa puntare il dito contro uno strumento e chi ritiene necessario regolamentarlo non ne conosce la reale essenza. Per questo motivo ieri sono rimasto stupito di fronte ad alcune affermazioni di un personaggio autorevole:

“Oggi su internet, senza alcuna forma di controllo, possono attribuirmi frasi che non ho mai pronunciato. Ecco perche’ e’ necessaria una regolamentazione del sistema”
”Le regole limitano la liberta’ individuale, ma la civilta’ non si regge sulla liberta’ assoluta bensi’ su una liberta’ che deve necessariamente essere democraticamente controllata”
.
(Antonino Zichichi *)

La necessità dell’introduzione di una nuova regolamentazione del sistema è un concetto errato e pericoloso: anche la stampa e la televisione possono materialmente attribuire a una persona frasi mai pronunciate, o addirittura la responsabilità di azioni mai compiute; anzi, mi risulta accada sovente, dal momento che spesso vengono accolte querele ai danni di chi ha messo in bocca ad altri frasi mai pronunciate.

Il problema di una regolamentazione del sistema non è affatto urgente e certamente non esiste nei termini espressi dal prof. Zichichi. Anche nel nostro Paese non può certo essere ritenuto cosa recente e chi ne ravvisa l’importanza in Internet ignora la disinvoltura con cui certa stampa (dai cosiddetti giornali scandalistici fino a testate ritenute autorevoli, pasando per trasmissioni televisive di successo) confeziona notizie che spesso poi si rivelano bufale, basandosi semplicemente su una foto e traendo conclusioni non pertinenti. E tutto ciò avviene nonostante la stampa sia ampiamente regolamentata.

Intendiamoci, non è che una regolamentazione non sia necessaria, ma non serve introdurre nuove regole, perché le leggi che vietano di compiere fatti illeciti esistono già, sono in vigore e valgono per ogni modalità con cui possono essere compiuti.

Gli esempi sono molti: se rubassi username e password del titolare di un conto corrente online per prosciugarglielo, non sarei forse un ladro? Sarei meno aggressivo di un rapinatore che entra in una banca e scappa col malloppo, ma comunque perseguibile.

Chi attribuisce ad una persona una frase mai detta è perseguibile, sia se lo scrive in un articolo di giornale, sia se ne parla in pubblico, dal palco di un comizio. In più, se ne scrive su Internet, ci sono regole come l’articolo 16 del Decreto Legislativo 70/2003, che stabilisce con chiarezza che il responsabile della pubblicazione di un contenuto illecito deve agire tempestivamente per rimuoverlo.

Del resto, se un’insegnante di Piacenza ha potuto denunciare per diffamazione cinque suoi ex studenti che hanno pubblicato su Facebook un gruppo in cui la dileggiavano, significa che una legge applicabile in questo senso c’è già. Anzi, in questo caso i colpevoli sono stati identificabili: se le loro frasi fossero state scritte su un muro fuori della scuola (possibilità che esiste da prima dell’avvento dell’Internet che conosciamo), forse sarebbero rimasti anonimi.

Qualcuno potrebbe obiettare che dovrebbe esserci una regola preventiva, per evitare sul nascere eventuali iniziative del genere, qualcosa che le impedisca a priori. Ma come è possibile, se nemmeno fuori da Internet è possibile impedire un’azione illegale?

Le regole utili alla libertà della civiltà e al reciproco rispetto esistono, basta applicarle e farle rispettare anche per quanto avviene in Rete. Per quanto riguarda Internet, in più, esiste il Codice delle Comunicazioni Elettroniche (Decreto Legislativo 159/2003).

* Frasi attribuite al prof. Zichichi dalle agenzie di stampa ANSA e AGI, pronunciate ieri in occasione dell’apertura dei Seminari internazionali sulle emergenze planetarie presso la Fondazione Ettore Majorana di Erice (Trapani)

Pause mode

Dal momento che mi hanno detto che qui (vedi foto sotto) si sta che è una meraviglia, tra qualche ora parto per andare a controllare, poi vi saprò dire.

Screenshot-1

Nel frattempo, non garantisco la massima frequenza dei post di questo blog ;)

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Facebook, FriendFeed e il social network che verrà

Con un colpo di scena estivo, Facebook ha annunciato che metterà le proprie mani su FriendFeed, il servizio di content-sharing in real time fondato da alcuni transfughi di Google.

friendfeed-facebook

Meno conosciuto di Facebook, FriendFeed è un servizio che consente di integrare/aggregare in un’unica home i contenuti dei vari account che un utente ha su più piattaforme di social network o di micro-blogging e di seguire le tracce lasciate in Rete (Facebook, Twitter, Flickr, eccetera) da altri amici o contatti.

Qualcuno ritiene si tratti di un servizio utilizzato da una sorta di elite, e che Facebook abbia una natura più abbordabile e si possa adattare alla massa. Ora il fatto che il secondo, più popolare, acquisti il primo, più elitario, può suscitare reazioni contrastanti. Qualcuno teme che si possa arrivare ad un mix dei due (FaceFeed? FriendBook?), ma credo che fasciarsi la testa oggi sul futuro di FriendFeed sia prematuro.

Di certo, con questa acquisizione, Facebook riesce ad accaparrarsi un notevole know-how nel campo della ricerca delle news in real time e a lanciare così un guanto di sfida a Twitter. Speriamo che le sinergie vengano sfruttate in questo settore e non per propagare su una nuova piattaforma la possibilità di generare e diffondere applicazioni stupide del tipo “Scopri che personaggio dei Barbapapà sei”…

Intanto, in barba all’italico relax agostano, le novità fioccano copiose. L’ultima si chiama Facebook Lite ;)

Dai, su, diteci chi è stato

L’attacco DDoS (Distributed Denial of Service) che ieri ha colpito Twitter in realtà ha interessato anche Facebook, seppur con conseguenze meno pesanti. Mentre i due servizi indagano sull’origine dell’attacco senza fornire pubblicamente informazioni, Angelo Aquaro sventaglia ipotesi a 360 gradi per Repubblica e Michael “furless-tongue” Arrington di TechCrunch si lascia sfuggire una pista che potrerebbe a qualche teenager:

We’ve also heard that Facebook and Twitter are working together to figure out exactly which 15 year olds are responsible for organizing the attack.

Sarebbe già noto, invece, il vero bersaglio dell’attacco.

La giusta cura

In Cina alcune cliniche offrono cure riabilitative a chi è affetto da dipendenza da Internet. Presso il Guangxi Qihang Survival Training Camp, però, alcuni aguzzini supervisori hanno utilizzato metodi curativi eccessivi, che per un ragazzo di 16 anni si sono rivelati mortali:

A teenager sent by his parents to a boot camp to cure his Internet addiction died after he was beaten by camp supervisors, police in the Guangxi Zhuang Autonomous Region claimed yesterday.

Prendo questa notizia (un episodio certamente estremo, ma purtroppo realmente accaduto) come spunto per sottolineare quanto sia importante prendere coscienza di un problema come la dipendenza da Internet e della necessità di fermarsi prima di raggiungere a simili livelli di emergenza, considerando il semplice concetto di disintossicazione, come ha osservato qualche giorno fa Massimo Mantellini.

Fortunatamente – in casi più critici – c’è chi affronta questo serio problema con un approccio più costruttivo e non certo violento.

Quando un iPod diventa un iBomb

Ken Stanborough e sua figlia Ellie potevano rimanere due illustri sconosciuti, invece il loro nome sta facendo il giro del mondo per colpa di un iPod Touch difettoso, che a sua volta darà non pochi grattacapi a Apple, dal punto di vista tecnico e dell’immagine.

Il Times Online racconta infatti che il padre della la ragazzina si è accorto di uno strano sibilo proveniente proprio dall’iPod. Lo ha preso in mano e ha scoperto che era bollente, tanto da non riuscire a tenerlo in mano, così lo ha gettato dalla finestra. Caduto sul prato della casa di Liverpool, dopo mezzo minuto l’iPod è esploso.


Il signor Stanborough, dopo aver lasciato raffreddare il rottame del dispositivo (di cui potete vedere una diapositiva, tratta dal sito del Times), lo ha recuperato e lo ha portato dal rivenditore, che per il rimborso gli ha consigliato di contattare direttamente il produttore. Apple, negando ogni responsabilità, ha però inviato una lettera alla famiglia, proponendo la sottoscrizione di un accordo: l’azienda si è detta disposta a rimborsare le 162 sterline richieste, a condizione che la notizia non diventasse di dominio pubblico e che nessun componente della famiglia, a conoscenza dell’accaduto, ne parlasse mai ad anima viva, nemmeno per sbaglio. Silenzio totale, dunque, pena l’avvio di un’azione legale per il mancato rispetto dell’accordo.

Come i più perspicaci avranno già intuito, il signor Stanborough – che aveva chiesto solo il rimborso e non un risarcimento danni – non ha firmato l’accordo, definendo “spaventosa” la proposta di Apple, la cui spiegazione è stata che quella lettera è una prassi comune e, non avendo ricevuto l’apparecchio, non può esprimersi su quanto avvenuto.

Forse, però, qualche spiegazione s’impone: il Times aggiunge che la Consumer Product Safety Commission (CPSC) ha un dossier di 800 pagine su incidenti analoghi. Una documentazione ottenuta a fatica da un giornalista americano, dopo una battaglia ingaggiata da Apple a colpi di carte bollate. Un altro episodio simile si era verificato in marzo in Ohio, con protagonista un altro iPod Touch, esploso nella tasca dei pantaloni di un ragazzino (che si è ritrovato una gamba ustionata).

Il surriscaldamento sembra sia imputabile alle batterie a ioni di litio utilizzate. Un problema che si ripropone nuovamente, dopo alcuni richiami di batterie di MacBook che andavano a fuoco, ma che è doveroso ammettere che, tempo fa, ha interessato anche altre aziende come Sony, Nokia, Dell e HP.

Ora la patata bollente è tornata in mano ad Apple e, alla luce di quanto emerso, trincerarsi dietro un “non abbiamo visto, non sappiamo” non sembra sufficiente. Anche risolvendo ogni problema, il danno di immagine per l’azienda potrebbe essere enorme.

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App World

Da utente BlackBerry, sono stato ovviamente incuriosito dal debutto di App World, in pratica lo store di applicazioni che il produttore canadese ha realizzato agli utenti dei propri smartphone, conseguendo due obiettivi:

  • la costituzione di un catalogo organizzato di applicazioni, che in precedenza gli utenti dovevano cercare altrove,
  • la realizzazione di un modello di business varato da Apple con il suo App Store e che vanta già altri tentativi di imitazione.

Per prima cosa, ovviamente, mi sono procurato il software (708.8 KB) e poi (dopo l’obbligatoria lettura delle condizioni d’uso) ho cominciato a navigarci. La grafica è semplice è gradevole. Ho trovato piuttosto comoda la ricerca delle applicazioni, classificate in categorie, con il link alle classifiche di quelle più scaricate (sia gratuite che a pagamento). E’ possibile salvarle sulla SD card per installarle successivamente ed è consentito trasferire (per un massimo di tre volte in un anno) ogni applicazione acquistata su un altro BlackBerry.

Con il tempo si capirà se l’operazione condotta da RIM è stata azzeccata e se il suo App World avrà lo stesso successo commerciale dell’App Store originale. Vale comunque la pena visitarlo, di tanto in tanto.

Al momento, l’applicazione gratuita in cima alla classifica delle più scaricate è il feed reader Viigo, seguita da… BlackBerry App World.

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Pierani c’è

Senza curarsi delle mode della Rete, quindi con mossa saggia e ponderata, Marco Pierani – Responsabile Relazioni Istituzionali di Altroconsumo – oggi ha aperto il suo angolo nel web.

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Internet, miti da sfatare

I risultati di una ricerca Nielsen segnalata oggi da Stefano Quintarelli demoliscono a suon di numeri alcuni luoghi comuni sul rapporto tra giovani americani e Internet. Efficace la tabella di sintesi compilata da Stefano:

MITO REALTA’
I ragazzi usano 10 schermi contemporaneamente E’ piu’ probabile che i ragazzi usano un media per volta più di quanto fanno gli adulti
I ragazzi abbandonano la TV per i nuovi media Falso: guardano più televisione di sempre
Sono i ragazzi quelli che guardano più video online Falso: guardano meno video online delle persone più grandi
Il video su mobile costa troppo per i ragazzi I ragazzi costituiscono il 20% dgli utenti di video mobile e guardano più video dell’utente medio
I ragazzi sono gli utenti di internet più avidi I ragazzi sono sul web meno della metà degli altri utenti
Il cinema costa troppo ed è troppo “vecchio” I ragazzi vanno al cinema piu’ di qualsiasi altra fascia di utenti
I ragazzi passano tutto il tempo sui videogiochi I ragazzi costituiscono solo il 23% della audience delle console di videogiochi e meno del 10% dei minuti passati a giocare su PC

Da Nielsen precisano inoltre che i teenager leggono giornali, ascoltano la radio, e mostrano di essere molto “ricettivi” in tema di pubblicità. Esattamente come gli adulti, di cui condividono i gusti per quanto riguarda programmi televisivi e siti web visitati.

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La Rete è spesso un capro espiatorio

Nuova variazione sul tema dell’insulsa volontà di criminalizzazione della Rete: si stanno diffondendo in queste ore, tramite varie agenzie di stampa, le dichiarazioni rilasciate da Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e primate d’Inghilterra e Galles, secondo il quale (leggo da alcuni titoli pubblicati) Facebook “spingerebbe i giovani al suicidio” (sigh).

In una delle tante notizie si spiega che, secondo l’eminente prelato, l’abuso di questi strumenti (social network, ma anche e-mail ed sms) crea relazioni sempre più superficiali, in cui il numero degli amici e’ piu’ importante della qualita’ delle relazioni, e ciò farebbe aumentare il rischio di suicidio fra i giovani perché “tra i giovani spesso un fattore chiave nel commettere suicidio e’ il trauma di una relazione transitoria. Si gettano in un’amicizia o in una rete di amicizie, poi quando questa crolla si ritrovano disperati”.

A conferma della sua teoria Nichols ha citato il caso della 15enne Megan Gillan, che la scorsa settimana si e’ tolta la vita dopo essere stata presa pesantemente in giro su una chat di un altro social network, Bebo. Il Sunday Times, chiude l’articolo rivelando un’apparente incongruenza perche’ su Facebook ci sia un Vincent Nichols che afferma di essere l’arcivescovo di Westminster, che cita correttamente come indirizzo di casa Ambrosden Avenue a Westminster, e che conta 336 amici.

Presente o meno su Facebook, l’arcivescovo Nichols dovrebbe solamente tenere presente che nei social network, e più generalmente in Internet, non avviene nulla di diverso da quanto già accade nel mondo reale. Certe condizioni di disagio non hanno certo le loro radici in Rete, ma spesso è comodo prenderla come capro espiatorio.