Dario Bonacina

Tecnologia, cultura digitale e… altro

Italia.it, gli atti pubblici restano… inaccessibili

Quando il Governo rispose picche a ScandaloItaliano, che aveva chiesto l’accesso agli atti della P.A. relativi alle attività di progettazione e realizzazione di Italia.it, Andrea D’Ambra commentò così il mio post (11 luglio 2007): Generazione Attiva resta ancora in attesa di una risposta dal Governo (nonostante siano trascorsi i 30 giorni previsti). Vediamo cosa risponderanno ad un’associazione di consumatori…

Visto il precedente, forse non era giustificato attendersi una risposta del tipo “ecco gli atti, esaminateli”, ma almeno una motivazione più articolata del diniego, con qualche possibilità di trasparenza all’orizzonte, quella sì, era lecito attendersela.

E’ passato qualche giorno in più mese, e il Governo ha finalmente risposto anche a Generazione Attiva, l’associazione di consumatori presieduta da Andrea D’Ambra:

Questo dipartimento ha ritenuto di richiedere il parere della Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi sul procedimento amministrativo, come previsto dalle leggi n 241/90 e n. 15=05, al fine di verificare la sussistenza o meno della legittimità, per codesta Associazione, di esercitare l’accesso alla documentazione suddetta.
A seguito dell’esame della domanda, la commissione ha concluso, con un motivato parere, che la domanda di accesso, come formulata da codesta Associazione, “…non rientra tra i diritti specifici dei consumatori…in quanto finalizzata genericamente a conoscere i costi della pubblica amministrazione, in funzione di un generico ed indistinto interesse al contenimento della spesa pubblica”.
Pertanto, conformemente alla pronuncia della Commissioni, si porta a conoscenza che la prodotta richiesta di accesso non può essere accolta.

(qui il testo completo)

Secondo la legge su cui si basa questa risposta, deve esistere “un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso” (Legge 241/1990 - articolo 22, comma 1, lettera b). 

Ora, partiamo dal presupposto che Italia.it, indipendentemente da chi ne ha promosso la realizzazione, è comunque un progetto del Governo (presentato in febbraio dal premier Romano Prodi e dal ministro Francesco Rutelli), realizzato con denaro pubblico. Ogni centesimo di euro che entra come voce di spesa nel bilancio di un ente pubblico, e stanziato per un progetto destinato alla fruizione della collettività, deve essere precedentemente approvato e opportunamente giustificato. Lo dice la legge, e la ratio sta nel fatto che è denaro pubblico, destinato all’interesse di tutti.

Il denaro investito dal Governo nel progetto Italia.it è denaro versato dai contribuenti. Denaro investito o denato buttato? Propenderei per la seconda considerazione, dal momento che lo stesso Francesco Rutelli si è detto favorevole ad un cambiamento radicale del progetto: “Facciano qualcosa, altrimenti è meglio lasciar perdere” ha dichiarato durante un incontro del Comitato nazionale per il turismo.

Milioni di euro spesi da un Governo in un progetto da cambiare o da lasciar perdere… la richiesta degli atti che hanno portato a questo triste risultato non è una fattispecie di “un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso”?

Novembre 25, 2007 Pubblicato da db | news | , | 2 Commenti

Operatori virtuali? Sì, ma all’italiana

Il Sole 24 Ore riferisce di una ricerca condotta da Axia Financial Research che stima, per il 2008, un fatturato complessivo di 500 milioni di euro per il mercato degli MVNO, gli operatori mobili virtuali, destinato a crescere fino a triplicare nel giro di quatro anni.

Piccolo particolare: in Italia gli MVNO (intesi come Mobile Virtual Network Operator) non esistono ancora. Come ho già avuto modo di spiegare in marzo, esistono più modi per definire un gestore che utilizza un network mobile altrui per veicolare un proprio servizio di telefonia mobile. E l’attività svolta da gestori come CoopVoce, UnoMobile (Carrefour) e PosteMobile sembra molto più vicina a quella dell’ESP (Enhanced Service Provider - Fornitore avanzato di servizi).

Si potrebbe al massimo parlare di operatori virtuali all’italiana, ma non di MVNO. In Italia siamo specialisti a reinterpretare le definizioni a modo nostro (come nella recente approvazione della class action all’italiana, appunto).

E questa non sottile distinzione è alla base di quanto evidenzia Quintarelli, che ricorda come l’Antitrust avesse sostanzialmente assolto alcuni operatori mobili italiani (TIM, Vodafone e Wind) nell’inchiesta che li vedeva coinvolti per presunta dominanza collettiva del mercato. L’Authority li scagionò dall’accusa di oligopolismo  per essersi impegnati ad aprire le proprie reti al mercato degli operatori mobili virtuali (TIM e Wind furono sanzionate per aver messo i bastoni tra le ruote degli operatori interessati a formulare offerte convergenti fisso-mobili).

Ma ciò che in realtà hanno fatto è stato solo aprire le porte ad un mercato di rivenditori. Per questo motivo il provvedimento assolutorio dell’Antitrust ora è oggetto di un ricorso inoltrato al TAR del Lazio da parte degli operatori di telefonia fissa, con l’obiettivo di arrivare a una vera concorrenza e all’apertura del mercato della telefonia mobile ai veri MVNO che ancora mancano in Italia!

Novembre 25, 2007 Pubblicato da db | Mondo | | 4 Commenti