Dario Bonacina

Tecnologia, cultura digitale e… altro

iPhone, lo comprereste?

Oggi l’iPhone di Apple debutta ufficialmente sul mercato USA, ma non tentate di comprarlo sul sito iPhone.com, perché non c’entra nulla con il melafonino (anzi, è stato furbamente registrato utilizzato da qualcuno che vende ogni altro possibile smartphone).

  • update: il sito iPhone.com è ora legato ad Apple e il fatto che ieri fosse una vetrina di altri smartphone non era una mia allucinazione. La conferma viene da  MacNewsWorld (ma ne ha parlato anche Giacomo Dotta su Webnews). Ringrazio comunque Andrea che nei commenti mi ha segnalato la cosa.

Il Wall Street Journal pubblica proprio oggi un’intervista doppia a Steve Jobs (boss dell’azienda di Cupertino) e Randall Stephenson (numero uno di AT&T). Non è come leggere un’intervista di Giuseppe Turani a Riccardo Ruggiero (AD di Telecom), ma c’è un retrogusto di domande imboccate.

Pietro, su VoIPBlog, spiega i suoi 5 buoni motivi per non comprare un iPhone , su cui potrebbe essere opportuno riflettere:

  1. Non è possibile installare applicazioni, si possono solo usare servizi Web grazie alla presenza di un browser completo come Safari. Uno sviluppatore non può scrivere applicazioni in grado di accedere al sistema, ma può solo creare pagine Web che richiamino alcune funzionalità del telefono. Tra le motivazioni (reali) di questa limitazione potrebbe esserci proprio l’accordo di esclusiva con AT&T: sull’iPhone non saranno installabili software di Instant Messaging o VoIP, due applicazioni in grado di mettere a rischio i ricavi da SMS e voce dell’operatore.
  2. E’ bloccato. E’ presente un alloggiamento per SIM-cards ma il telefono funziona solo sulla rete di AT&T, con cui Apple ha stretto un accordo di esclusiva.
  3. E’ limitato a collegamenti EDGE e WiFi, non c’è supporto 3G. La stessa AT&T offre terminali in grado di collegarsi alla propria rete di terza generazione, è stata una scelta di Apple, probabilmente imposta dall’esigenza di contenere i consumi di energia e le dimensioni dell’iPhone.
  4. Costa molto. 499$ per la versione da 4GB, 599$ per quella da 8GB, a cui aggiungere 36$ di attivazione del contratto con AT&T e un costo mensile da 59,99$ a 99,99$ a seconda della quantità di minuti di conversazione inclusi. Scegliendo le opzioni più economiche, significa 1.974$ per 2 anni di utilizzo (il minimo previsto dal contratto con AT&T).
  5. Non è adatto all’utilizzo in azienda. Si parla di compatibilità con Microsoft Exchange, necessaria perché l’iPhone possa far ingresso nelle imprese di mezzo mondo, ma manca il supporto per molti altri sistemi e-mail altrettanto diffusi (BlackBerry?), non è possibile sviluppare applicazioni ad-hoc ed installare applicazioni per gestire la sicurezza delle informazioni. Il TCO (total cost of ownership) è circa il doppio rispetto a un BlackBerry o Palm Treo.

C’è da dire che alcune di queste motivazioni potrebbero essere superate, al momento del suo sbarco in Europa: da tempo si vocifera di una versione 3G per il Vecchio Continente e non è ancora possibile sapere quale operatore mobile la sposerà (Vodafone?), ne’ con quale politica commerciale lo proporrà al pubblico (SIM-lock?).

Ma i conti fatti da Pietro sono corretti, anch’io avevo calcolato che tenere un iPhone per due anni costerebbe (almeno) circa 2mila dollari. Che non è poco…

Lo comprerete?

Giugno 29, 2007 Pubblicato da db | news | , , | 4 Commenti

Il Politecnico di Milano batte Stanford

Tanto per ridimensionare un po’ il fascino prestigio di certi atenei stranieri, ecco (da un articolo di Punto Informatico):

Software, il Polimi vale più di Stanford

Milano - Stanford, Ibm Watson Research Center e Fraunhofer-IESE. Tre mostri sacri per lo studio dell’IT di domani e centri di eccellenza nel mondo accademico delle scienze informatiche. Questa volta, però, ad accomunarli non c’è un primato o un riconoscimento particolare, ma solo il fatto che tutte e tre sono finiti dietro al Politecnico di Milano nella classifica mondiale sui centri di eccellenza nell’ingegneria del software.

Un’istituzione del settore come ACM ha stilato una graduatoria delle scuole di tutto il mondo attive nella ricerca accademica e industriale nel campo del software, posizionando il Politecnico meneghino all’ottavo posto di una classifica che vede primeggiare il Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston, davanti alla Carnegie Mellon University e al George Institute of Technology. Il centro IBM è “solo” decimo e Stanford addirittura 18esima, mentre per trovare la celebre Fraunhofer bisogna scorrere la classifica fino alla posizione 32.

Il Politecnico, dunque, davanti a mostri sacri e primo ateneo del Vecchio Continente nello studio dell’ingegneria del software. “Un riconoscimento prestigioso, che fin qui è passato sotto silenzio”, spiega a Punto Informatico Alfonso Fuggetta, membro del gruppo di ingegneria del software al Politecnico meneghino.

Sotto accusa sono soprattutto i media e la loro propensione all’esterofilia. “In Italia c’è la sindrome dello straniero”, annota. “Qualsiasi risultato venga raggiunto dai soliti noti in campo internazionale viene esaltato, mentre per i successi italiani c’è scarsa attenzione. Piuttosto ci si sofferma sui problemi dell’università di casa nostra, senza cogliere la portata di alcuni riconoscimenti”.

Nello stilare la graduatoria, ACM è partita dal numero di pubblicazioni scientifiche realizzate dai vari centri accademici nel settore, per poi pesare i risultati della ricerca secondo un meccanismo che considera anche l’interazione tra docenti e allievi, la capacità di sviluppare progetti innovativi e i progressi compiuti nel tempo dai programmi di ricerca.

Alcuni dei progetti concepiti nei laboratori universitari del Politecnico sono stati poi sviluppati dal Cefriel, il centro di eccellenza per l’ICT nato dall’iniziativa comune degli atenei milanesi, della Regione Lombardia e del tessuto imprenditoriale locale. “In questo periodo stiamo lavorando su alcuni progetti nel campo del peer-to-peer per la gestione di situazioni di crisi”, aggiunge Fuggetta, che è anche presidente del Cefriel. “Un altro filone di ricerca riguarda, invece, lo sviluppo di tecniche innovative per ridurre i costi delle applicazioni service centriche”.

Tutte attività che il centro di ricerca porta avanti con le proprie gambe. “La situazione dei finanziamenti alla ricerca nel nostro paese è drammatica”, conclude Fuggetta. “Basti pensare che per poter continuare a fare sperimentazione dobbiamo reperire risorse con le consulenze che prestiamo alle aziende in quanto esperti del settore”.

Aggiungo solo una considerazione, che ho peraltro estrapolato da un intervento di Fuggetta al convegno Ict per un nuovo Made in Italy.

Chi si muove e innova investendo in Ict è in grado di competere, gli altri no e vanno male.

Che ben si abbina ad un concetto che ripeto sovente: investire nella ricerca è vitale, trascurarla è letale.

Giugno 29, 2007 Pubblicato da db | Mondo, news | | 1 Commento