Condivido l’amara riflessione di questo post di Beppe Grillo in cui si delinea un mondo, il nostro, in cui tutto avviene in nome del mercato. Che – al livello che ha raggiunto – non solo è una legge o un’ideologia, ma una fede, una divinità in cui credere.
Il mercato è la risposta a tutto: alla chiusura di un’azienda e alle sue conseguenze (tra cui lo “spezzatino” dell’azienda stessa, la perdita di posti di lavoro), all’aumento dei pedaggi autostradali non controbilanciato da una migliore qualità dei servizi, alla Telecom depredata e venduta all’asta.
Una discussione sull’acqua, sull’energia, sull’elettricità, sull’edilizia si spegne con la parola magica: mercato. Un’entità superiore che opera con regole sue, insondabili, ma giuste a priori, da non discutere. Vi ricordate gli applausi di Bertinotti e Fassino al tronchetto? Era il mercato. E tutti i fan di Coppola, Ricucci, Gnutti, Fiorani, Tanzi e Fazio della casa circondariale della libertà? Era il mercato. E l’indifferenza verso la condanna per bancarotta a Geronzi? E’ sempre il mercato. E la permanenza di Buora in Telecom dopo lo scandalo dello spionaggio? E’ ancora il mercato. Ma anche le intercettazioni erano (sono?) un mercato.
Se il mercato con le sue scatole cinesi, il suo capitalismo straccione, i conflitti di interessi, la sua totale mancanza di regole, decide delle nostre vite. Se questo è vero, ed è vero, i nostri dipendenti non servono a nulla.
I dipendenti sono, per Beppe Grillo, coloro che ci governano. E che assistono impotenti alle vicissitudini di un mondo i cui fili sono tenuti dal mercato.
E’ vero, il mercato spiega tutto. Tanto per fare un esempio – che poi è il background del post di Grillo – attorno alla vicenda di Telecom Italia, si fa un gran parlare per tanti motivi. Telecom è al centro degli interessi del mercato finanziario, da quando è stata privatizzata in nome del libero mercato. E’ per difendere il mercato italiano che Romano Prodi dice no allo spezzatino e alla ri-statalizzazione della rete, mentre dice sì ad una “società di garanzia di transito”.
Come sottolinea da tempo Stefano Quintarelli, però, ultimamente si parla troppo di finanza e non si affronta, concretamente, il tema del futuro delle TLC in senso industriale. I punti su cui questo tema si può articolare sono vari: si chiamano importanza della diffusione della banda larga, si chiamano rete, occupazione, sviluppo sociale ed economico, servizi che garantiscono l’ordine dello Stato. E’ vero: si fa un gran parlare di mercato e finanza, ma di quello che si dovrebbe fare – mettere un punto su come deve essere gestita, sviluppata ed evoluta la spina dorsale tecnologica di un Paese – non si è ancora parlato.
Di questo bisogna discutere. Il resto, per dirla con Pandemia, è aria fritta.