Nuovi media e regole RELOADED
Qualche giorno fa, in merito al tema di cui molto si parla in questo periodo, dicevo:
“…la Rete oggi sembra essere una “terra di nessuno” (ma leggi e regole ci sono, manca forse un’applicazione più efficace)…”
Il sempre puntuale Stefano Quintarelli ne ha dato una conferma – direi autorevole – citando la direttiva europea 2000/31/EC sul commercio elettronico (che non riguarda solo il commercio legato alla compravendita di beni, ma le attività e le forniture di servizi svolte su Internet).
19 agosto 2006, ore 5.08…
Qualcuno ha scoperto un blog piuttosto trascurato e, da quel momento, ci si è buttato a capofitto. Peccato che si trattasse del blog dell’attuale ministro dell’Istruzione, impegnato in una campagna contro il bullismo giovanile – guadagnatosi onori e oneri della cronaca con episodi a sfondo violento, sessuale o comunque di cattivo gusti – agevolato dai demoniaci new media.
Risultato: un pieno di porno-spam.
Da Pandemia.
Nuovi media e regole
Si è parlato molto, e si continua a parlare, dei vari episodi di bullismo giovanile che vengono ripresi da videofonini e fotocamere per poi essere pubblicati su internet, consentendo così una rapida diffusione di questi video e generando – secondo il ministro dell’Istruzione Fioroni – il rischio emulazione. Il fenomeno sta assumendo proporzioni colossali (basta contare quanti episodi vengono citati dagli organi di informazioni ogni giorno), tanto che molti hanno già pensato di criminalizzare Google Video, Youtube, Videofonini e tutti gli strumenti che consentono questa diffusione indiscriminata di contenuti di pessimo gusto. Grave errore.
L’ormai famosissimo video girato nella scuola torinese sta guadagnandosi una vasta e inattesa eco: nelle ultime ore è arrivata la notizia della denuncia ai danni di Google Italia con una perquisizione (perquisiscono Internet?) e l’iscrizione nel registro degli indagati di due legali rappresentanti. Ai due è stata contestata la mancanza di vigilanza sui contenuti diffusi da Google Video, ipotizzando una fattispecie di reato vicina alla complicità dei suoi responsabili con gli utenti che hanno messo online il video.
Una news tratta dal Corriere riferisce: “Fin qui tutte le persone sentite a verbale hanno affermato di non aver la disponibilita’ del server che immette le immagini sul web perche’ il server sta in America”. A leggere queste righe sembra che coloro che sono stati interrogati abbiano addotto scuse puerili e tipicamente da scaricabarile. Fortunatamente c’è la possibilità di capire meglio le cose, leggendo quanto ha scritto Stefano Hesse:
“In relazione alle recenti dichiarazioni a me attribuite dalla stampa, relativamente alle indagini effettuate sul video della scuola torinese, mi preme evidenziare l’incompletezza di tale frase (“ Google Italia non provvede a controllare nulla poichè i dati si trovano su server esteri“), che attribuisce al sottoscritto e a Google Italia una posizione di distacco e direi quasi menefreghismo che ovviamente non rispecchia in alcun modo il nostro operato.
Oltre a evidenziare la completa solidarietà, mia personale e di tutta Google, al ragazzo oggetto del video e alla sua famiglia, ribadisco innanzitutto la nostra totale disponibilità e cooperazione con le Autorità e correggo l’errata frase a me attribuita: le attività relative a Google Video vengono effettuate da personale che non risiede in Italia, quindi noi localmente non abbiamo accesso diretto al contenuto, motivo per il quale abbiamo immediatamente contattato il team che si occupa di questo prodotto, lavorando a stretto contatto con chi si occupa delle indagini. L’estrapolazione di quelle poche parole ha evidentemente generato un equivoco che lede in maniera ingiusta l’immagine di Google Italia.
D’accordo: quel video, su Google, è decisamente rimasto per troppo tempo (oltretutto inserito in una categoria, “video divertenti” a dir poco impropria). Però c’è un fatto positivo, quello stesso video ha offerto una testimonianza di un fatto che avrebbe potuto rimanere insabbiato. Come in un altro caso reso famoso dalle cronache: il video del motociclista folle che ha percorso la A7 a 300 all’ora, la cui vanagloria gli è costata cara, dato che il video è stato messo online dallo stesso motociclista (che ha però negato di esserne il protagonista, nonostante alcune prove al vaglio degli inquirenti), identificato dalla Polizia Postale proprio grazie al video.
Ora, è chiaro che i principali responsabili, nel caso del video della scuola torinese, sono coloro che hanno girato il video e l’hanno messo online. E certo sarebbe opportuno che esistesse un controllo reale (magari preventivo) sui contenuti onde evitare proprio ciò che è accaduto in questi giorni.
Il problema è la mole di contenuti che viene accolta quotidianamente dal servizio incriminato, che non permette certo a chi deve vigilare di agire con tempestività. La quantità di video pubblicata ogni giorno è impressionante ed è sicuramente difficile stare dietro a tutto ciò che arriva.
Il problema di fondo sembra essere una mancanza di regole generalizzata: la Rete oggi sembra essere una “terra di nessuno” (ma leggi e regole ci sono, manca forse un’applicazione più efficace), e non può sottrarsi ad una regolamentazione, come quella a cui sono assoggettati i media “tradizionali” (stampa, radio, TV). Forse non è semplice (e forse nemmeno pensabile) applicare ad Internet le stesse regole, nel “mondo virtuale” le cose funzionano diversamente dal “mondo reale”. Ma l’esigenza di far applicare una regolamentazione esiste, perché nell’uno e nell’altro vivono e lavorano esseri umani, e qualsiasi cosa avvenga nell’uno e nell’altro non si può prescindere dal rispetto della dignità umana.
Bullismo nelle scuole. Per colpa di chi…?
La mia avventura scolastica è iniziata negli anni ’70. Delle maestre di scuola elementare e dei professori di scuola media si aveva un timore reverenziale. Di quelli di scuola media superiore, a seconda delle inclinazioni, si poteva provare stima, anche profonda o odio, anche profondo. Dei compagni forse un po’ meno, ma a tutto c’era un limite.
Quel limite oggi sembra ridicolo. I confini del ragionevole si sono spostati e oggi nelle scuole accadono fatti un tempo impensabili. Dalle insegnanti che adescano gli studenti agli studenti che girano video volgari e osceni, per pubblicarli poi su Internet. Che da una parte può essere una gogna mediatica, dall’altra può essere un nuovo canale di intrattenimento.
Si è innescato un circolo vizioso: tutti i ragazzi hanno telefonini, con caratteristiche multimediali. Come minimo possono fare foto, girare video. E possono scambiarseli via MMS, via mail, possono pubblicarli su Internet grazie a YouTube, MySpace o altri servizi di social networking. Un tempo queste possibilità non c’erano. Ma i cretini sì, in realtà ci sono sempre stati. Solo che avevano meno pubblicità.
Colpa di Internet, di YouTube, di MySpace? Dei videofonini? No, questi sono solo strumenti. Come ogni strumento, sono dannosi nella misura in cui chi li utilizza ne fa un uso sbagliato. Se tiro una martellata in testa ad uno che mi sta antipatico, non è colpa del negozio di bricolage o della ferramenta doveho acquistato il martello, ne’ di chi ha fabbricato il martello.
E’ colpa mia, e forse di chi mi non mi ha detto che il martello serve a piantare i chiodi, e pertanto ne devo fare un uso responsabile, perché altrimenti potrei danneggiare qualcosa o qualcuno.
Le cose devono essere chiarite fin da subito, in famiglia e a scuola: col telefonino si parla, si gioca se ci sono installati i giochi, si fotografa se c’è la fotocamera. A scuola si va per avere un’istruzione, imparare qualcosa, crescere, non per giocare o girare filmini con le mutande abbassate. C’è un tempo per ogni cosa, anche per scherzare, giocare, anche per abbassare le mutande. Ma non davanti ad un telefonino e mai quando si manca di rispetto verso qualcuno.
Internet, YouTube, MySpace, i telefonini non sono il diavolo. E’ la mancanza di una vera educazione il problema alla base di tutto.
UPDATE: segnalo in proposito l’articolo I bulli del terzo millennio, un’inchiesta di Irene Privitera, Chiara Pucci e Silvia Tolve, studentesse presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”.
Buon compleanno, WEB!
Traguardo ragguardevole, sottolineato dal sempre puntuale Paolo Attivissimo, il web ha compiuto 16 anni il 13 novembre.
“13 novembre 1990, ore 15:17:00 GMT. Sedici anni fa. Questa è la data di ultima modifica della più vecchia pagina Web di Internet ancora esistente, che vedete qui accanto in tutto il suo spartano splendore e potete visitare qui. L’indirizzo non è più quello originale, ma il contenuto è invariato.
Il post che ho citato contiene informazioni, curiosità e un po’ di storia moderna. Un amarcord che Attivissimo ha dedicato a qualcosa che ha realmente rivoluzionato la vita di tutti noi. E che fa parte delle origini di quella Rete su cui da qualche tempo compare il Tgcom, che ha avuto la brillante idea di ispirarsi ad Attivissimo copiando il contenuto del suo post in una notizia della sua sezione Tg Tech, senza nemmeno citarlo quale autore originale.
Non è bello.
La larghezza della banda è un concetto relativo
L’associazione Anti Digital Divide ha il dente un po’ avvelenato nei confronti di Telecom Italia.
Intanto per una ragione di brand, per usare poco casualmente un termine caro al mondo del marketing: l’ex monopolista la scorsa estate ha varato un progetto dichiaratamente mirato a diffondere capillarmente la banda larga nella penisola. Il progetto è stato chiamato (in modo alquanto ammiccante) “Anti Digital Divide” e il disappunto dell’associazione è giustificato: come si chiede Stefano Quintarelli, “se io facessi un servizio di lavoro interinale chiamato “CGIL”, sarebbe una cosa ammissibile?”.
Ma ad ADD il progetto piace poco perché si tratta di un sorso di banda larga (connessioni limitate a velocità 640/256, ossia un massimo di 640 Kbit in downstream e 256 in upstream), che “banda larga non è” (sul sito ADD trovate la news completa con tutte le loro considerazioni). Questa frase mi fa ricordare un episodio di qualche tempo fa: in un’azienda situata in un’area isolata, ma circondata da paesi supportati dal broadband, è stato portato un collegamento CDN a 256 Kbps (il massimo ottenibile, essendo il paese “scoperto” per quanto riguarda altre valide soluzioni ADSL, HDSL eccetera). Un tecnico Telecom, nel verificare dal browser di un PC la velocità del collegamento, mi guardava soddisfatto dicendo “bene, qui siamo a banda piena” e alla mia reazione “già, peccato che non sia banda larga” il tecnico rispondeva orgoglioso “ma 256k significa parlare di banda larga”.
Ecco perché dico che il concetto di larghezza della banda è relativo. E non vi dico quanto costi all’anno un collegamento simile all’azienda in questione. Si parla comunque di migliaia di euro, e l’unica cosa larga in tutto questo è probabilmente la pazienza…
Un vero mago e maestro di vita
Così si faceva chiamare Mario Pacheco do Nascimiento prima di comparire, invitato da Vanna Marchi e Stefania Nobile, nelle trasmissioni televisive in cui si vendevano numeri da giocare al lotto. E ciò che è avvenuto in questi giorni conferma che lui è effettivamente:
- mago, perché il 30 maggio 2003 è stato condannato, in contumacia, a 4 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata a truffa ed estorsione. Grazie al rito abbreviato aveva beneficiato dello sconto di un terzo della pena. Grazie all’indulto ha usufruito di 3 anni di condono. Rimarrebbe un annetto da scontare in galera, qualora rimettesse piede in Italia o venisse estradato. Ma come scrive il Corriere, “in concreto nessuno più si prenderà la briga di tentare di riportare in un carcere italiano il 40enne «mago» che in Brasile, a Salvador de Bahia, «Striscia la notizia» nel luglio scorso ha ritrovato parrucchiere affannato.
- maestro di vita, perché a questo punto può dare insegnamenti a tutti coloro che vivono di espedienti: nonostante una condanna pendesse sul suo capo, è riuscito a non trascorrere neanche un giorno di galera. Tanto c’è l’indulto.
Il TAR boccia Alice 20 Megabit
Con una sentenza depositata ieri (ma decisa il 26 ottobre), il TAR del Lazio ha bocciato l’offerta Alice 20 Mega, l’offerta con cui Telecom Italia intende portare nelle case degli italiani intrattenimento e servizi a valore aggiunto. Il veicolo principale per Alice Home TV, nonché uno dei presupposti per poter diffondere trasmissioni televisive in alta definizione via broadband.
Ne da’ notizia Giurdanella.it, sito curato dallo Studio Legale Giurdanella che ha assistito la società Telvia srl nel ricorso che questa ha presentato all’Agcom, impugnando il provvedimento con cui l’Authority aveva approvato l’offerta di Telecom.
Questa la spiegazione del fatto fornita dallo stesso studio legale:
Come e’ noto alcuni operatori di TLC, tra i quali Telvia s.r.l., assistita dallo studio Giurdanella, avevano impugnato il provvedimento autorizzatorio dell’offerta Alice 20 Mega in quanto lesivo del principio di replicabilità dell’offerta. In particolare l’offerta wholesale “Managed IP”, corrispondente ad Alice 20 Mega, precludendo l’accesso disaggregato alla rete di Telecom Italia e, quindi, non consentendo un’effettiva differenziazione del servizio, trasformava gli operatori alternativi in meri rivenditori dell’incumbent.
A questo punto l’AGCOM dovrà intervenire nuovamente per assicurare che anche l’offerta Alice 20 Mega rispetti il principio di replicabilità.
Asta la balena siempre
UN’ASTA PER SALVARE LA VITA DI UNA BALENA
Il denaro raccolto sarà versato al governo islandese
Roma, 1 nov. (Apcom) – La Società mondiale per la protezione degli animali (World Society for the protection of the animals, WSPA) ha deciso di indire un’asta per raccogliere 95 mila sterline da versare al governo islandese in cambio della vita di una balena, dopo che il governo di Reykiavik ha autorizzato la caccia a 34 cetacei.
L’asta prenderà il via domani su eBay. E potrebbe anche avere successo. Volete partecipare? La donazione minima è di 10 sterline.
P.S. nr.1: Ma la balena, poi, che fine fa?
P.S. nr.2: lo so, si scrive hasta.
