Fair play

Appena incassato l’apprezzamento di Asa Dotzler di Mozilla, che per quanto riguarda la privacy ha dichiarato di preferirlo a Google, Bing contraccambia con subliminale gratitudine:

(nella foto proposta oggi dal motore di ricerca di Microsoft, un bell’esemplare di Panda Rosso, in inglese Firefox).

Cinguettatore

Twitter parla italiano, nel senso che ora la sua interfaccia è fruibile anche nella nostra lingua. I followers sono rimasti tali, anche se – in applicazione alle regole dell’Accademia della Crusca – hanno perso la “s” del plurale, e forse è meglio così: il rischio poteva essere quello di incappare in “seguaci”e “seguiti”.

Cosa cambia e perché questa notizia è degna di nota? Per chi già utilizza questa piattaforma di microblogging non cambia nulla, perché questa novità ha un altro target: Twitter nel nostro Paese non ha ancora sfondato e tenta di accalappiare nuovi utenti che hanno poca (o nulla) familiarità con l’inglese e ambisce a diventare “una piattaforma di comunicazione globale”.

In realtà, trattandosi di uno strumento molto semplice, anche prima Twitter non richiedeva una gran dimestichezza con l’inglese, ma per molti utenti un sito che parla la loro lingua è un fattore che infonde maggiore sicurezza e dunque può senz’altro contribuire a far raggiungere l’obiettivo dichiarato.

Da più parti leggo che ora Twitter sarebbe in grado di sfidare Facebook sul mercato italiano. Io vedo la sfida semplicemente sul piano di un business da inseguire in parallelo, perché i due servizi non sono realmente in competizione tra loro: mentre Facebook è un vero social network, Twitter è microblogging, comunicazione spiccia a colpi di 140 caratteri per volta a beneficio dei follower(s).

Le due piattaforme hanno però in comune lo stream, che su Twitter ha carattere pubblico (perché permette di diffondere informazioni a chiccessia), mentre Facebook implica un link consensuale tra gli utenti prima di condividere le informazioni. E chissà che le future evoluzioni dello sviluppo di questi servizi non spingano per convergere in un’unica direzione.

Le Living Stories che ravvivano le news

Lucida e approfondita come sempre, la riflessione di Luca De Biase (Google, Murdoch, giornalismo e lingue biforcute) delinea un quadro abbastanza preciso delle evoluzioni che stanno toccando il mondo dell’informazione e al suo mercato.

In questo quadro in continuo cambiamento mi sembra si inserisca bene (anzi, critengo reerà ulteriore movimento) Living Stories, il nuovo progetto dei Google Labs (condotto in collaborazione con New York Times e Washington Post e aperto ad altri protagonisti dell’informazione) che vuole rivoluzionare l’approccio che gli utenti hanno verso le news:

(The New Blog Times)

Prima di baciare la sposa

Siete iscritti a Facebook? Avete aggiornato la vostra situazione sentimentale? Questo novello sposo lo ha fatto diligentemente in tempo reale, invitando la sposa a fare la stessa cosa…

Net-dipendenza? Originalità? Dabbenaggine? Fate voi…

Consigli per la navigazione

A Bing il ruolo di “motore di ricerca di Microsoft” va sempre più stretto. Nella sua rincorsa alle spalle di Google, parallelamente all’orientamento social, si è posta l’obiettivo di offrire servizi complementari e ora è possibile accedere al nuovo Bing Maps, che utilizza mappe Navteq (gruppo Nokia), differenziandosi da Google Maps che sfrutta invece quelle di Tele Atlas (che fa parte di TomTom International).

Anche qui è possibile avere la visualizzazione delle location desiderate con foto satellitari, mentre – per il momento – fuori dagli USA non c’è la possibilità di scendere a terra con un servizio analogo a Google Street View (Per alcune metropoli americane c’è però l’analogo servizio StreetSide). Per poterlo fare, Microsoft dovrebbe sguinzagliare per il mondo auto e tricicli dotati di apparecchiature fotografiche panoramiche e far fronte ai noti problemi di privacy già incontrati da Google.

Questo servizio non si fermerà ovviamente a pc e notebook: già vedo la sua estensione al mondo mobile sugli smartphone ed è verosimile pensare che Microsoft faccia in modo di integrarlo con servizi advertising-based e proporlo in forma preferenziale su quelli dotati di sistema operativo Windows Mobile e modulo GPS.

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Si affolla l’orbita di Facebook e dei social network

Ieri, nel parlare dei termini più ricercati su Google, scrivevo che il social networking tiene banco e che i motori di ricerca si stanno spingendo in quella direzione, citando l’articolo scritto per The New Blog Times in cui ho parlato di Cuil (motore di ricerca nato da alcuni transfughi di Mountain View) e della nuova feature di social networking contestuale, per integrare i risultati delle ricerche effettuate con informazioni tratte da Facebook.

Oggi apprendiamo che, entro la prima metà del 2010, anche Yahoo si legherà al popolare social network:

L’ha appena annunciato direttamente Yahoo!, con un comunicato stampa, anzi, un post tondo tondo, sul celebre Yodel Anecdotal: “abbiamo buone notizie da condividere con tutti coloro che usano Yahoo! e Facebook – nella prima metà del 2010 apriremo le porte tra le due maggiori comunità Internet online. Si potrà vedere l’attività dei propri amici di Facebook su Yahoo! e condividere i contenuti di Yahoo! – classifiche, foto, commenti ad articoli ed altro – direttamente sul vostro stream Facebook. Stiamo realizzando tutto ciò attraverso una profonda integrazione con un servizio chiamato Facebook Connect nelle proprietà Web di Yahoo! in tutto il mondo e lo stiamo annunciando oggi”, si legge sul sito.

A questo si deve aggiungere l’intenzione di Flickr di utilizzare Facebook Connect, come si legge su AllThingsDigital.

Considerando che Flickr fa parte del gruppo Yahoo! e che quest’ultima è partner di Microsoft nel settore della ricerca su Internet, e che Bing si è già dichiarato pronto alla social integration, con accordi firmati con Facebook e Twitter per includere nei risultati di ricerca gli aggiornamenti di stato dei due network, si può ben dire che nel web mondiale sta prendendo forma un polo della social integration di dimensioni considerevoli.

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Banda larga e benefici sull’occupazione

Stefano Quintarelli ha pubblicato un post molto interessante circa un tema a cui avevo fatto cenno un mese fa: parlando dell’intenzione, da parte del governo, di congelare i fondi per lo sviluppo della banda larga, dicevo che la realizzazione di progetti di nuove infrastrutture di telecomunicazioni avrebbe avuto, tra l’altro, riflessi immediati e tangibili anche sullo sviluppo occupazionale del settore.

Il post di Quinta si chiama Incentivi alla banda larga ed effetti sull’occupazione e spiega il contenuto di due documenti (un articolo di LSE Enterprise e ITIF e uno studio di Massimo Chiriatti su Broadband ed occupazione in Italia):

Nello studio viene presentato in modo semplice l’applicazione del modello ITIF per un investimento di 800 milioni di euro nella banda larga.

Grazie allo studio, si capisce come, dall’investimento in questione, si possa generare occupazione per più di 59.000 addetti. Teniamo presente che il “network effect”, stimato nello studio a 1, in altri paesi (USA) è stimato ad 1,7, per cui lo studio risulta cautelativo.

Il numero di occupati non va inteso come “nuovi posti di lavoro”, bensi’ come occupazione in Full Time Equivalents, che puo’ tradursi in nuova occupazione, riduzione del numero dei licenziamenti o dei part-time, riduzione del ricorso a sostegni pubblici diretti. In ogni caso, un effetto benefico.

Facebook, nuove regole per la privacy. O per il business?

Nella lettera aperta pubblicata oggi e destinata ai 350 milioni di utenti di Facebook, il suo fondatore Mark Zuckerberg spiega i motivi per cui – in nome della privacy e della sua salvaguardia – saranno eliminate le reti geografiche a cui gli iscritti oggi possono agganciare il proprio account, mentre nell’ambito dei profili-utente saranno perfezionate le opzioni sulle informazioni da rendere pubbliche.

Tanto per essere più chiari: un utente di Facebook può dire di appartenere ad un gruppo o ad una rete geografica (regione, nazione, continente). Se nelle impostazioni dell’account (che molti utenti toccano all’atto dell’iscrizione, senza più rivederle) ha acconsentito a condividere determinate informazioni ai membri della stessa rete, più questa rete è vasta (e popolata) e più le sue informazioni saranno diffuse, con il rischio che vengano condivise in modo incontrollato.

Il motivo dichiarato da Zuckerberg è semplice: Facebook è nato in un ambito universitario e pensato per un network molto più circoscritto del globo terrestre, quindi la sua crescita implica che, sui contenuti pubblicati, le possibilità di controllo debbano essere migliorate e affinate.
Come osserva Luca De Biase, il primo riflesso di questo update è che il social network dovrebbe guadagnare spontaneità:
Chi è consapevole della scarsa privacy che c’è su Facebook, tende a pubblicare in modo molto asettico e soltanto cose che possono essere pubbliche. Se invece si fosse davvero convinti che la privacy sarà mantenuta su quello che appare più personale, si potrebbe scrivere con maggiore spontaneità.
Il secondo riflesso – meno evidente, ma probabilmente più importante – è che questa spontaneità è manna per chi utilizza Facebook per svolgere indagini di mercato, attraverso la profilazione degli utenti, più facilmente bersagliabili con pubblicità mirata.

Condivido quanto evidenziato da Luca: non è un segreto, infatti, che Facebook – proprio per la sua vastità – costituisca un eccezionale campione statistico di pronto utilizzo. E non è tutto: ciò che viene pubblicato – proprio in funzione dell’aggancio tra profili-utente e reti, gruppi, pagine pubbliche e via discorrendo – è inoltre appetito dai motori di ricerca: anch’essi si sostengono grazie all’advertising, e c’è chi – come Cuil – ha addirittura intrecciato un legame proprio con il più affollato social network del mondo. Ma anche Google, che ad oggi è il leader del mercato, in questa corsa al social networking non sta certo a guardare.

Per questo motivo, senza criminalizzare alcun sito web e tantomeno Facebook, che è uno strumento che – se usato con buon senso – può essere utile e divertente, vale sempre il suggerimento: è un social network, condividere con prudenza.

Nei motori di ricerca il trend è social

Cosa cercano gli italiani su Internet, anzi su Google? Questi i termini più ricercati in assoluto:

  1. Facebook
  2. YouTube
  3. Libero
  4. Rom
  5. Meteo
  6. Giochi
  7. Yahoo
  8. Netlog
  9. Msn
  10. Wikipedia.

Sono i risultati evidenziati da Google Zeitgeist 2009, che prova a descrivere direzioni e tendenze degli internauti italiani sulla base delle ricerche effettuate su Google.it e fa emergere un interesse preponderante per Facebook e YouTube. Chi si aspettava cose ancor più frivole può comunque rasserenarsi con la classifica dei termini di crescente popolarità che restituisce un fedele quadro di ciò che più interessa alla massa navigante: 1- Facebook login; 2 – Libero mail; 3 – Alice mail; 4 – Yahoo mail; 5 – Subito; 6 – Grande Fratello 9; 7 – Superenalotto; 8 – Gossip girl; 9 – Cristina Dal Basso; 10 – Alessandra Amoroso.

Il social networking tiene banco. E infatti è in questa direzione che si stanno spingendo i motori di ricerca.

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Due, tre, anzi quattro (mal contati)

Senza considerare il messaggio (urlato dalle locandine esposte da questa edicola) sulla presunta pericolosità degli alani, direi che l’attendibilità della notizia qui sembra comunque un lusso che non ci si può permettere.

(thru Manteblog – via gigi cogo su FF)

Cronaca contaminata

Sempre più spesso le notizie di cronaca di vario colore, a vario titolo e con peso diverso a seconda dei casi, vengono condite con dettagli tecnologici, spesso inseriti per aumentare il clamore della notizia. Quando però i dettagli sono poco significativi o inutili – ma di questo si potrebbe accorgere solo chi ha un minimo di dimistichezza con l’argomento – la notizia rischia di trasformarsi in aria fritta.

Prendiamo come spunto questa opportuna osservazione di Luca Sofri in merito ad una nota (e sempre più intricata) vicenda di cronaca:

Adesso, va’ a sapere come stiano le cose: ma che in diversi ieri abbiano tirato fuori una notizia dal fatto che nel computer di “Brenda” fossero stati “eliminati centinaia di file”, fa un po’ ridere.

Vero, e aggiungo: al medesimo caso, alcune testate hanno tenuto in modo particolare ad evidenziare numero e dimensioni dei file conservati su un notebook, due elementi che – indicati in quel modo – suscitano meraviglia e clamore solo in coloro che non hanno mai notato quanti dati hanno memorizzato sul proprio computer.

E’ invece clamoroso che – in merito ai contenuti di quel notebook – ogni giornale dica la sua. Repubblica.it riporta che “la memoria del pc interna contiene 130 gigabyte di dati, tra quelli visibili e quelli nascosti”, mentre il quotidiano Libero riferisce “dal pc sono spuntati oltre 90 giga byte di materiale conservato dal trans negli ultimi mesi. Un volume impressionante considerando che un computer di un uomo d’affari, un professionista, in genere arriva a 4,5, al massimo 6,7 giga di memoria” (stima opinabile, ndB). Salvo poi (grazie ad un’agenzia di stampa) uniformarsi ai 130 GB contati da tutti gli altri.

La tecnologia, se utilizzata male, può addirittura contaminare la cronaca e deteriorare la qualità delle notizie, minando l’attendibilità di chi le diffonde. Lo dimostra quanto evidenziato ieri sera da Striscia la notizia: TG1 e TG2, per documentare un servizio (che riguardava ancora le stesse vicende di cronaca accennate sopra) con immagini relative all’assunzione di cocaina, hanno preso da YouTube un video scherzoso di due anni fa in cui un buontempone prepara strisce di… borotalco (e qui non si tratta di controllo non accurato delle fonti, ma più semplicemente di una leggerezza compiuta consapevolmente, confidando che nessuno la potesse mai smascherare).

Anche questi sono problemi di qualità dell’informazione, resa scarsa da un utilizzo improprio delle risorse tecnologiche.

Google mira alla pubblicità mirata

Google compra Teracent e pensa all’advertising mirato. L’obiettivo è strategico: si intende offrire agli inserzionisti una vasta gamma di soluzioni pubblicitarie, che l’algoritmo sviluppato da Teracent deciderà di proporre all’internauta in base ad alcuni fattori come lingua, contenuti cercati, posizione geografica.

L’annuncio di uno stesso inserzionista potrà essere presentato con modalità differenti attraverso la tecnologia Ad Creation, che nel caso di Teracent si concretizza con la composizione (in real time) di un’inserzione basata su un template popolato da contenuti (testo e grafica) selezionati in base all’elaborazione di questi fattori, come spiega Google annunciando l’operazione di acquisizione.

Esempi Teracent
Qui sopra un esempio di inserzione pubblicitaria personalizzata: a sinistra, la prima versione base della pubblicità. A destra, una possibile evoluzione, basata su contenuti cercati in rete: da una generica proposta di complementi per la casa si è passati all’offerta di una staccionata, con misure e prezzo (e notare anche i contenuti grafici focalizzati sul tipo di prodotto) e localizzazione (c’è un indirizzo preciso, presumibilmente il più vicino alla localizzazione dell’utente, a cui rivolgersi per informazioni e acquisti).
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Understatement tecnologico

Alfonso Fuggetta, citando quanto riferito da una news di Corriere.it, pone una domanda interessante:

Vi sembra manchi qualcosa?

Tipo ICT? In effetti, a che serve l’ICT per l’EXPO? A nulla, no?

Per l’Expo un comitato scientifico – Milano: “IL COMITATO – I 17 accademici (8 stranieri e 9 italiani) a cui si aggiungono presidente e vicepresidente e il segretario generale Adriano Gasperi, e fra i quali compare il superconsulente Roland Berger, sono stati scelti per rappresentare tutte le aree del pianeta e tutti i campi del sapere collegati alla mission di Expo 2015. Fra loro Zohra Ben Lakhdar, Tunisia (fisica dell’ambiente); Roland Berger, Germania (scenari evolutivi); Monty Jones, Benin (agro-alimentazione); Hideaki Karaki, Giappone (sicurezza alimentare); Per Pinstrup Anderson, Danimarca-Usa (vision 2020); Zheng Shiling, Cina (pianificazione urbana); Joachin Von Braun, Germania (tecnologia agroalimentare); Robert Watson, Gran Bretagna (cambiamenti climatici e tematiche ambientali); Antonio Ballarin Denti, (ambiente); Gian Michele Calvi, (sicurezza dei territori); Michele Carruba, (nutrizione e salute); Massimo Montanari, (storia e cultura dell’alimentazione); Enrico Porceddu, (biodiversità); Ana Saez, (gestione risorse naturali) Francesco Salamini, (biotecnologie); Claudia Sorlini, (formazione e ricerca); Giorgio Vittadini, (imprese sociali).”

A meno che rientri nell’area tematica “scenari evolutivi”…

Murdoch: sì a Bing, no a Google News (gratis)

Pare che Rupert Murdoch stia trovando qualcuno disposto a pagare le notizie (da pubblicare in esclusiva) per fronteggiare Google News e in questo mercato si potrebbe profilare una vera e propria guerra tra motori di ricerca per l’accaparramento delle notizie da offrire agli utenti.

Stando al Financial Times, infatti, News Corp (il gruppo che fa capo a Murdoch) avrebbe in corso una trattativa con Microsoft, con l’obiettivo di far sparire da Gnews le notizie pubblicate online dalle proprie testate (tra cui spiccano l’americano Wall Street Journal e il britannico The Sun) per farle evidenziare da Bing, rinunciando così ai 100mila clic al minuto che Google News – assicurano da Mountain View – garantirebbe alle news online che indicizza (a tutte, però, e non solo a quelle di News Corp, e forse è proprio in questa promiscuità di editori e testate che risiedono le ragioni di Murdoch di volersi chiamare fuori dalla mischia, magari per spiccare altrove).

Sempre secondo FT, Microsoft avrebbe inoltre incontrato altri editori per convincerli a non far pubblicare più le loro notizie da Google, promettendo di dare risalto e valorizzazione ai contenuti delle news. Ma più che ad un bollino di qualità (storicamente agognato nel nostro Paese), per quanto riguarda la valorizzazione è più facile che si pensi ad un sistema di remunerazione dei contenuti stessi: se Microsoft pagherà News Corp per avere le notizie da pubblicare, dovrà avere degli introiti su cui poter contare, basati sulla raccolta pubblicitaria dei propri inserzionisti o direttamente su una forma di micropagamento proposta agli utenti.

Fine delle news gratis online? Tempo al tempo…

Legge Pisanu: ce la lasceremo alle spalle?

Per l’accesso ad Internet, la Legge Pisanu* è più un freno a mano che una norma di regolamentazione, penso non sia un mistero per chi legge queste pagine. Ma ci potrebbe essere una svolta, prefigurata da quanto dichiarato dal Ministro del Turismo Michela Brambilla che – come rileva Michele Ficara Manganelli – ha in cantiere un Disegno di Legge per agevolare e liberalizzare l’accesso a Internet a partire dalle strutture turistiche. Il Ministro ha dichiarato:

E’ necessario cioè semplificare e liberalizzare l’accesso ad internet per il turista che soggiorna nel nostro paese non solo nelle strutture ricettive, ma anche al di fuori di esse (internet point e hot spot WiFi), in quanto il viaggiatore del terzo millennio non deve essere più penalizzato nella navigazione on line.”

Se, oltre al turista che soggiorna nel nostro paese, si pensasse appunto anche ai cittadini ivi residenti, troverei la proposta più completa, nonché cosa buona e giusta. Trovo peraltro legittimo che il ragionamento del Ministro del Turismo parta dai benefici fruibili dai turisti, per un provvedimento di più ampio respiro a beneficio dei cittadini italiani infatti sarebbe auspicabile che queste intenzioni venissero formulate – o condivise – dai responsabili di altri ministeri (ad esempio Interni e Sviluppo Economico, che sovraintende al dipartimento delle Comunicazioni, oltre che a quello del Turismo).

Fin qui le dichiarazioni. Per i fatti, anche in questo caso, attendiamo fiduciosi.

___

* Il c.d. Decreto Pisanu, poi convertito in Legge, è un provvedimento antiterrorismo tuttora in vigore, approvato dal Parlamento nel 2005 con una larga maggioranza (che includeva anche il centrosinistra) contenente anche norme sull’accesso a Internet che impongono ai fornitori di accesso di conservare un registro che lega l’identità dell’utente all’indirizzo IP utilizzato per la connessione e vieta le connessioni anonime o non registrate.

Skype venduta da eBay

E’ giunta nelle scorse ore la notizia del completamento del già preannunciato acquisto di Skype da parte di una cordata di investitori privati (Silver Lake Partners, Index Venture e al board di Canada Pension Plan Investment). E’ quindi durato tre anni il matrimonio di interesse con eBay che, per l’operazione, intascherà circa 1,9 miliardi di dollari cash, più un credito di circa 125 milioni di dollari, mantenendo una quota azionaria del 30%.

Facebook, in Italia è il media preferito

Parola del Censis:

Facebook il più popolare (conosciuto dal 90,3% dei giovani), YouTube il più utilizzato (dal 67,8%)

Anche Massimo Mantellini oggi ne ha avuto una conferma piuttosto diretta:

Quando: questa mattina
Dove: Universita’ degli studi di Milano
Chi: Corso di laurea in Scienze Politiche, un centinaio di studenti.
Cosa: Seminario sui rapporti fra nuovi e vecchi media rappezzato del tenutario qui
Numero di mani alzate alla domanda: “Avete/Usate…”
“Avete un blog?”= zero
“Usate Friendfeed?”= zero
“Usate Twitter?”= zero
“Usate Facebook?”= tutti

 

Estranei a partire da dicembre

Time Warner ha deciso di liberarsi di AOL (America OnLine), che da dicembre verrà spinoffata dal gruppo da lei stessa incorporato nel 2000 (per 182 miliardi di dollari) dopo un periodo di straordinaria crescita, arrestatasi proprio dopo la fusione.

La notizia non è una sorpresa, dal momento che era stata preannunciata in maggio, ma segna una nuova svolta per uno dei grandi nomi che hanno caratterizzato la storia del web degli anni scorsi, la cui sorte sta per essere affidata ai mercati finanziari, e conferma che anche per Time Warner content is king.

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Unfriendable

L’insostenibile leggerezza dell’essere amici di qualcuno su Facebook (ma evidentemente non nella vita reale) ha trovato uno sfogo socialmente naturale: la rottura della social-amicizia, che si concretizza nello scioglimento del legame virtuale costituito nell’ambito del social network. Una pratica che si direbbe in crescendo, al punto che il verbo unfriend ha assunto una tale popolarità da aggiudicarsi – da parte del New Oxford American Dictionary – il titolo di parola dell’anno 2009.

La cosa che più sorprende, però, è che esistano topic su Facebook che rispondono alla domanda How do you unfriend someone?, prodighi di ringraziamenti profusi verso chi è riuscito a dare una risposta tanto lapalissiana

Il precisino puntualizza: alcune testate hanno illustrato la notizia della parola dell’anno con la copertina dell’Oxford English Dictionary, ma si tratta di un’altra edizione.

 

Grandi speranze

fiber hiper

Dal Corriere della Sera:

«Banda larga, niente stop» Il governo rilancia sulla rete

In discussione sa­rebbero due ipotesi: la prima è quella di una rete fissa, con la necessità d’installare i cavi in fibra ottica, la seconda inve­ce è quella di affidarsi al solo segnale radiomobile, che ri­chiede investimenti di gran lunga inferiori.

Dopo le molte polemiche sull’annunciato congelamento degli investimenti sulla banda larga e un’interrogazione parlamentare, arrivano dunque notizie incoraggianti con buone intenzioni dichiarate sul fronte della banda larga. Resta da capire quale direzione verrà presa (quando parlano di segnale radiomobile parlano di Hiperlan?), con quali tempistiche e su quali risorse finanziarie si potrà contare per gli investimenti necessari. Attendiamo fiduciosi.